LESSICO DEL NEOLIBERALISMO

E’ in libreria il volume promosso e curato dalla Sezione di Parma della Fionda.

Riporto qui l’indice del libro e la Prefazione di Vincenzo Costa.

PREFAZIONE
Vincenzo Costa


Il dominio non si è mai espresso attraverso mere forme coercitive
e questo è a maggior ragione vero per l’epoca attuale. Il dominio
autentico richiede egemonia, capacità di imporre il proprio punto
di vista come uno sguardo universale, presentando interessi, valori
e modi di vivere particolari come espressione della ragione e del
buon senso in quanto tali. Questa egemonia è necessaria per legittimare
l’esercizio del potere, il privilegio di alcuni gruppi, ma perché
essa possa dispiegarsi sono necessarie pratiche sociali che modifichino
non solo le credenze, i punti di vista e le narrazioni: bisogna
modificare i modi di sentirsi e di sentire l’esistenza, il proprio
essere sociale e l’essere con gli altri.
Tra le pratiche sociali attraverso cui l’egemonia può dispiegarsi,
il linguaggio svolge un ruolo fondamentale. Imporre un linguaggio
significa imporre uno sguardo sul mondo, determinare il recinto
entro cui si può e si deve pensare, ciò che può essere detto e ciò
che, senza alcuna censura, diventa sconveniente dire. Nella pratica
egemonica del linguaggio alcune espressioni escono dalla sfera discorsiva:
non ricorrono più nel linguaggio parlato, si interrompe la
memoria culturale perché si interrompe la memoria comunicativa.
Negli ultimi quarant’anni sono tante le locuzioni divenute impronunciabili.
In questo modo esse sono uscite dal discorso pubblico.
E tuttavia, forse non è del tutto vero che dove non esiste la parola
non esiste la cosa. Non si è più parlato di sfruttamento, ma è dubbio
che la cosa stessa sia sparita con il declino della parola, così
come mai come in questi decenni c’è stata lotta di classe, anche se
a condurla è stata la classe dominante che, giorno dopo giorno, ha
eroso tutte le conquiste sociali raggiunte dalle classi dominate in
un secolo di lotte.
Questa lotta di classe, tuttavia, non sarebbe stata vincente se non
avesse avuto successo come lotta di classe nel discorso. Il neoliberalismo
ha potuto dispiegarsi perché ha imposto la propria visione
del mondo e della vita modificando il linguaggio, a volte inventando
nuovi termini, a volte risemantizzando termini antichi, a volte
producendo aggettivazioni che conferiscono un senso positivo a
termini negativi. Così, il termine «capitalismo», che rimanda immediatamente
al dominio di chi detiene il «capitale», cede il posto
a un termine quasi neutro come «mercato», inteso come un meccanismo
anonimo, una sorta di dio che distribuisce punizioni e premi,
per esempio quando si dice «quella scelta è stata punita dai
mercati». In questa maniera è stato possibile occultare lo svuotamento
degli istituti parlamentari, dato che questi, nel loro legiferare,
devono tenere conto del volere del dio mercato. Questo viene
teologizzato, diventa l’espressione della ragione. Il linguaggio
impone di parlare della «razionalità dei mercati», non di fondi di
investimento, non di speculatori finanziari che scommettono contro
la società e i cui interessi sono opposti a quelli delle comunità
di persone.
Ma il linguaggio deve soprattutto generare la colpa, deve fare
sentire colpevoli coloro che appartengono alla classe dominata. E
così, coloro che non intendono conformare le loro vite alle esigenze
di una produzione fine a sé stessa, utile all’accumulazione piuttosto
che alle persone e alle comunità, divengono «gli sconfitti
della globalizzazione», coloro che non hanno abbastanza «resilienza
»: divengono degli esseri deficitari, colpevoli, inferiori. L’esigenza
di giustizia sociale diviene «invidia sociale».
Il linguaggio taglia il reale, impone una logica, un’interpretazione
degli eventi, li trasfigura. Il linguaggio è sempre un’operazione
egemonica, e il potere neoliberale si è potuto dispiegare perché ha
imposto un linguaggio, un lessico che orienta lo sguardo, che impone
come e di che cosa parlare. Ha potuto dispiegarsi come stra-
tegia di potere perché ha modificato il senso delle parole, impedendo
che queste dicessero il movimento reale, togliendo voce a
intere fasce sociali. Ma il reale che non ha più avuto accesso alla
parola non è svanito. Semplicemente non ha più avuto voce, e
dunque ha dovuto trovare proprie forme di espressione che restano
ancora da decifrare e da capire.
Questa operazione egemonica prodotta nel e attraverso il linguaggio
è giunta oggi al capolinea, giorno dopo giorno sta perdendo
ogni capacità egemonica, rivela tutto il suo portato ideologico.
Il lessico neoliberale mostra di essere un linguaggio che, invece di
fare vedere il possibile, lo copre e lo occulta. La lotta è dunque
oggi anche una lotta nel linguaggio, è necessario decostruire questa
operazione ideologica, mostrare gli spostamenti di senso attraverso
cui abbiamo perso un linguaggio capace di dare voce al reale
e alle persone che lo abitano.
I saggi raccolti in questo volume aprono questo spazio decostruttivo,
portano alla luce gli spostamenti di significato attraverso cui
è stato possibile imporre come razionale e universale una narrazione
particolaristica e di potere. Essi rappresentano pertanto uno
strumento indispensabile per chiunque voglia accostarsi criticamente
alla politica contemporanea, che è fatta anche di parole attraverso
cui si guarda il reale.
Ma la pubblicazione di questo volume è anche un segno che indica
una trasformazione di proporzioni più ampie. Solo un decennio
fa la sua apparizione non sarebbe stata possibile, tanto era pervasiva
e diffusa la narrazione neoliberale. Essa era l’ovvietà e l’evidenza
stessa. Oggi, al culmine del suo potere (economico, politico,
accademico, mediatico) ha cessato di esserlo.
Che questo libro e questi contributi appaiono indica che lo spirito
del tempo sta cambiando, che nuovi concetti stanno venendo forgiati,
che un pensiero nuovo è in cammino, che c’è una vita e un
mondo della vita che stanno cercando di accedere al linguaggio.
L’epoca del pensiero neoliberale e «progressista» si sta chiudendo,
e forse si è già chiusa. Chiusura non significa, tuttavia, fine. Essa
può durare ancora a lungo, ma il periodo della sua egemonia culturale
è alle nostre spalle. Questi saggi parlano già da un altro luogo.

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