I curatori della rivista cartacea della FIONDA mi hanno chiesto di scrivere un articolo che proponga le considerazioni esposte nei due ultimi post del mio blog. L’articolo, che riporto di seguito, sarà pubblicato nel numero della rivista in libreria nelle prossime settimane.
La politica trumpiana dei dazi: una mappa concettuale
- Introduzione
Al fine di semplificare la complessità del quadro economico e finanziario nel quale si colloca la svolta americana verso il protezionismo, propongo una sorta di navigatore-guida utile ad evidenziare una razionalità nelle motivazioni, condivisibili o no, proposte dalla narrazione trumpiana.
Non mi soffermerò sulla fenomenologia del “personaggio Trump”. Trump è certamente un problema, ma non è il problema. Propongo di prendere Trump sul serio, esercizio difficile che richiede di non prenderlo alla lettera e di andare oltre le dichiarazioni roboanti, oltre il suo lessico povero e volgare, oltre il comportamento fuori registro che, spesso, travalica i principi della morale e i canoni dell’etica e va oltre i principi fondamentali della democrazia e dello stato di diritto.
Invito a considerare che a monte della recitazione trumpiana c’è un copione i cui tratti essenziali si possono leggere nei lavori scritti da alcuni principali collaboratori di Trump. Mi riferisco, in particolare, a Stephen Miran (1) capo del Consiglio dei consulenti economici di Trump (ora alla FED), a Robert Lighthizer (2) consigliere di Trump per il commercio, Peter Navarro (3) consigliere senior del presidente Trump per il commercio e la manifattura. Si tratta di alcuni tra i principali consiglieri che hanno pensato, prima, ciò che Trump recita dopo con una rappresentazione scenica e con una teatralità inevitabilmente legate alla sua personalità e alla sua esperienza di uomo d’affari che “sa come giocare le proprie carte in una negoziazione”, come da lui indicato in suo libro best seller (4). A questo proposito, sostengo anche la tesi che il copione recitato da Trump non potrebbe essere molto diverso da quello che verrebbe proposto se a guidare gli Stati Uniti vi fosse un altro presidente. In altre parole, con un altro presidente avremmo una recitazione diversa di un copione molto simile. Anche guardando al passato, si deve considerare che l’attuale politica protezionistica degli Stati Uniti ha origini che precedono il trumpismo e presenta una continuità nel tempo – e soprattutto un’accelerazione– sia nella sostanza dei problemi, sia nei provvedimenti protezionistici adottati.
Per questi motivi propongo di mettere in secondo piano il “problema Trump” e invito a focalizzare l’attenzione sui problemi economici e sociali che qualsiasi presidente degli Stati Uniti sarebbe chiamato ad affrontare e a gestire. Si tratta di problemi che presentano elementi di continuità rintracciabili già nella presidenza di Obama, poi nel primo mandato di Trump e, infine, nel periodo di Biden. Quest’ultimo aveva innalzato i dazi già introdotti dal primo Trump e, in campagna elettorale, aveva preannunciato ulteriori aumenti; aveva anche introdotto aiuti di stato per richiamare il ritorno in patria delle imprese americane de-localizzate e per favorire l’insediamento di nuovi investimenti produttivi da parte di imprese di altri paesi. Il secondo Trump ritrova gli stessi problemi, già vissuti da lui stesso e dai suoi predecessori, ma li ritrova a livelli che sono enormemente cresciuti nel tempo e li trova, ora, avviati verso condizioni di non sostenibilità prospettica. I problemi che investono l’economia americana sono determinati, infatti, più che dai valori assoluti correnti degli squilibri economici, dalla loro crescita tendenziale e dall’urgente necessità di fermare i processi che li alimentano e che determinano una progressione esponenziale verso l’insostenibilità.
L’analisi deve essere collocata nel quadro dei problemi insorti nel commercio internazionale e nei crediti e debiti tra paesi. In questo quadro è necessario focalizzare:
- i problemi insorti negli scambi internazionali: si è rotto un equilibrio tra gli USA e il resto del mondo;
- le conseguenze per gli USA: le traiettorie economiche corrono verso l’insostenibilità;
- i problemi che qualsiasi presidente degli Stati Uniti sarebbe chiamato ad affrontare e risolvere;
- la strategia per riportare l’economia americana verso condizioni di equilibrio.
È questo l’indice della mia esposizione a partire da una constatazione che, credo, tutti abbiano colto: si è rotto un equilibrio, c’è un prima e c’è un dopo. Nel prima l’assetto del commercio internazionale andava più o meno bene per tutti; tutti ne traevano vantaggio in un modo o nell’altro. Per capire il trumpismo, bisogna fare qualche passo indietro, capire cosa si è rotto e quali sono state le conseguenze della rottura. Il percorso che propongo parte, pertanto, dalla focalizzazione del preesistente equilibrio per passare, poi, alle cause della rottura e alle conseguenze che questa ha prodotto a carico dell’economia americana per affrontare, infine, problemi e strategie conseguenti che qualsiasi presidente degli Stati Uniti sarebbe chiamato ad affrontare e risolvere. L’ottica della mia esposizione è quindi assolutamente parziale: vuole mettere in evidenza il punto di vista americano, un’ottica di parte che può essere più o meno condivisa, ma è coerente con l’obbiettivo della mia analisi che mira ad evidenziare il disegno e la razionalità di fondo della politica trumpiana.
2. La bussola del presidente degli Stati Uniti
Il primo passo del percorso che propongo mira a mettere in evidenza la direzione verso la quale la parte maggioritaria degli americani chiede di condurre il paese; lo chiede al presidente chiunque egli sia. La bussola, che ho liberamente ricostruito soprattutto dal pensiero di Stephen Miran e dal documento sulla strategia nazionale per la sicurezza a firma di Donald Trump (5), indica un nord ampiamente condiviso sia dai repubblicani, sia dai democratici ed è costituita da una catena di relazioni in sequenza cui ho accostato alcune emblematiche dichiarazioni di Trump:
- la sicurezza nazionale sta al vertice dei valori della società americana (“nulla fermerà la mia missione di rendere l’America di nuovo sicura”);
- non c’è sicurezza nazionale senza predominio militare (“vogliamo un esercito forte; ci piacciono confini sicuri”);
- non ci può essere predominio militare senza leadership industriale e tecnologica (“porremo fine a decenni di politiche che hanno distrutto Detroit per far prosperare Pechino; finalmente avete un difensore dei lavoratori alla Casa Bianca”);
- non ci può essere re-industrializzazione senza un riaggiustamento degli scambi internazionali (“i nostri partner commerciali sono dei parassiti; i loro avanzi sono sostenuti da regole, restrizioni, vincoli e politiche che ci penalizzano a loro vantaggio; loro possono vendere liberamente e facilmente in casa nostra mentre pongono ostacoli protezionistici alle nostre vendite in casa loro”).
La sicurezza è da sempre la prima preoccupazione della società americana, è un valore primario. A questo proposito, la lettera con la quale i dazi applicati all’UE vengono temporaneamente stabiliti al 30% è illuminante: “Il disavanzo commerciale degli Stati Uniti nei confronti dell’Europa è una grande minaccia all’economia americana, anzi alla sicurezza nazionale americana“. La sicurezza del Paese è strettamente legata all’egemonia economica e militare su larga parte del pianeta e ciò nella convinzione che la sicurezza coincida con la realizzazione di un ordine internazionale che sia improntato ai criteri stabiliti a Washington. Ora, la sicurezza e il predominio militare sono sempre più messi in discussione dall’attuale assetto delle relazioni economiche internazionali non per via diretta, ma attraverso la catena di relazioni sopra indicata.
Gli Stati Uniti – reagendo alle minacce alla sicurezza – intendono consolidare la propria supremazia economica, militare e tecnologica e ritengono che questo obbiettivo richieda, in primo luogo, il rafforzamento dell’apparato industriale che risulta fortemente indebolito dalle ripercussioni negative che derivano dall’attuale assetto delle relazioni economiche e finanziarie internazionali. Ciò comporta una controffensiva economica e tecnologica che ha come obbiettivo finale la sicurezza e implical’obbiettivo intemedio della ristrutturazione dell’industria nazionale. Quest’ultimo obbiettivo, a sua volta, implica l’obbiettivo immediato del riaggiustamento degli scambi internazionali al fine di arginare il ruolo della Cina come fabbrica del mondo e richiede di ridefinire i rapporti commerciali con l’Europa che, non di meno, costituisce anch’essa una minaccia per la sicurezza americana.
La parola sicurezza è ricorrente nel lessico di Trump anche perché gli ordini esecutivi da lui emanati trovano fondamento giuridico (impropriamente secondo l’opposizione e comunque in discussione presso la Corte Suprema) in una norma del 1977 (International Emergency Economic Powers Act) che autorizza il presidente a imporre sanzioni negli scambi internazionali ove si manifesti una “minaccia straordinaria alla sicurezza, alla politica estera o all’economia degli Stati Uniti”. In particolare, per attivare la norma, occorre una dichiarazione presidenziale di “emergenza nazionale” determinata da una minaccia per la sicurezza del paese che, nell’ordine esecutivo dell’aprile 2025, Trump ha indicato nei persistenti deficit di bilancia dei pagamenti.
Di fronte al problema della sicurezza tutto passa in secondo piano comprese le ragioni della politica e della diplomazia, le ragioni delle buone relazioni con i paesi alleati e le ragioni del libero mercato. La garanzia della sicurezza presuppone il predominio militare. Gli USA spendono oltre 1.000 miliardi all’anno per la difesa e mantengono 800 basi militari in 80 paesi. Il Pentagono è la prima impresa al mondo per numero di dipendenti. La spesa americana per la difesa risulta superiore a quella cumulata dei dodici paesi che seguono gli USA in questa speciale classifica. Sicurezza vuol dire anche sicurezza dei confini e di quanto passa attraverso i confini: immigrazione illegale e narcotraffico.
Il predominio militare, a sua volta, presuppone la leadership industriale e tecnologica. Lucio Caracciolo, a proposito delle conseguenze della de-industrializzazione in atto, ha ricordato, in un recente podcast su Limes on line, che il capo della strategia del Pentagono lo ha detto a chiare lettere al Congresso: il Pentagono ha piena consapevolezza che se gli Stati Uniti dovessero fare una guerra alla Cina le probabilità di vittoria sarebbero così modeste da sconsigliare ogni velleità. Le minacce fondamentali che mettono in discussione il predominio militare consistono principalmente nel processo di de-industrializzazione, nella perdita di leadership in alcuni settori delle tecnologie più avanzate, nell’insufficiente produzione di acciaio e alluminio, nella carente disponibilità di terre rare.
Infine – e così si arriva all’origine dei problemi – la causa delle minacce alla sicurezza nazionale viene imputata all’attuale assetto del sistema degli scambi economici e finanziari a livello internazionale, assetto che, anche per effetto dei comportamenti opportunistici e scorretti dell’UE e della Cina in particolare, ha alimentato la de-industrializzazione americana. L’esigenza di una svolta protezionistica drastica ed immediata nelle relazioni economiche internazionali è pertanto il punto centrale della “bussola del presidente” ed è fondata sull’idea che l’economia americana, da possibile elemento critico quale è attualmente, possa consolidarsi quale strumento di potere, di pressioni, di incentivi e di sanzioni, da attivare non solo contro il principale avversario (la Cina), ma anche verso alleati che mostrino segni di inaffidabilità e di disallineamento, e ciò al fine di preservare un ordine economico e finanziario mondiale che coincida con l’interesse nazionale americano.
3. Una chiave di lettura che aiuti a semplificare la complessità
Richiamata la complessità del quadro oggetto di analisi, ora, al fine di acquisire una conoscenza di base dei problemi, si propone una semplificazione della complessità. In altri termini, viene di seguito proposta una chiave di lettura utile a definire un percorso lineare, semplice, accessibile agevolemente anche per chi non è provvisto di un bagaglio culturale in campo economico. Un percorso, elaborato da un navigatore-guida, che individua come punto di partenza l’assetto che precedeva la rottura degli equilibri, mette poi in evidenza il tragitto percorso fino ad oggi e, infine, mostra le strade che potrebbero essere percorse in futuro.
Lo strumento di analisi che propongo è derivato, con opportuni adattamenti, da un intelligente e divertente saggio “Le leggi fondamentali della stupidità umana” (6) scritto da Carlo M. Cipolla, professore emerito dell’Università di Berkeley, in California, ove insegnava Storia Economica. Il saggio propone un framework di analisi dei comportamenti umani alla luce dei modi in cui possono rapportarsi tra loro due variabili:
- i vantaggi / svantaggi che il comportamento di un soggetto (gli Stati Uniti nell’adattamento) genera per sè;
- i vantaggi /svantaggi che tale comportamento genera per altri soggetti (UE e Cina nell’adattamento).
Tante volte abbiamo sentito o letto che la politica trumpiana dei dazi ha generato il conflitto commerciale più STUPIDO che si possa immaginare: lo ha scritto senza mezzi termini il Wall Street Journal (7). Abbiamo letto che Trump è un BANDITO: lo ha scritto il Financial Times (8) affermando che per capire appieno il trumpismo bisogna vedere il film “Il Padrino” di Francis Ford Coppola ed assimilare i dazi al “pizzo” che le famiglie mafiose fanno pagare alle attività economiche in cambio di “protezione” e bisogna comprendere la logica di comportamento del boss mafioso Vito Corleone. Tante volte abbiamo sentito lo stesso Trump dire che è finito il tempo dell’assetto EQUILIBRATO delle relazioni economiche internazionali ispirate al libero commercio, assetto che era vantaggioso per tutti. Questo assetto, secondo la narrazione trumpiana, si è progressivamente alterato per due motivi. In primo luogo, per l’eccessiva generosità degli Stati Uniti che hanno aperto al resto del mondo i propri mercati delle merci e della finanza senza porre limiti. In secondo luogo, perché i paesi partner hanno approfittato della generosità americana conducendo politiche opportunistiche che hanno alterato, a proprio vantaggio, le condizioni di mercato. Abbiamo pertanto sentito Trump affermare che siamo, ora, nel tempo della GENEROSITA’ AUTOLESIONISTICA degli Stati Uniti, paese che si fa carico integralmente dei costi legati all’attuale assetto degli scambi internazionali mentre i partner commerciali e finanziari ne traggono integralmente e gratuitamente i vantaggi approfittando della disponibilità degli Stati Uniti e per di più lo fanno adottando comportamenti scorretti a protezione dei propri interessi.
Vantaggi e svantaggi, comportamenti equilibrati, comportamenti stupidi, comportamenti autolesionistici, comportamenti banditeschi: è proprio questa la tassonomia dei comportamenti umani che Cipolla propone nel suo fortunatissimo saggio. Attraverso queste parole-chiave, opportunamente messe in sequenza, propongo di tracciare un percorso utile ad interpretare la politica economica protezionistica trumpiana che è stata adottata in risposta a quello che viene presentato come il tradimento del libero commercio operato dalla Cina e dall’UE, come è argomentato da Lighthizer nel libro citato. Lighthizer sostiene che, da quando la globalizzazione è iniziata, gli Stati economicamente più forti (sopra tutti la Cina e la Germania) hanno imposto le proprie esportazioni varando ogni sorta di sovvenzioni e aiuti statali, che hanno favorito le proprie imprese, violando le regole della libera concorrenza anche in spregio alle norme dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, con il risultato di crescere a scapito degli altri paesi. In risposta a tali e tante violazioni, Lighthizer sostiene che l’imposizione di dazi aiuterà le manifatture americane a difendersi e a prosperare e farà crescere il PIL nazionale.
Dalla rappresentazione grafica dei vantaggi e degli svantaggi che l’assetto delle relazioni economiche internazionali genera per le tre aree economiche, emerge il diagramma seguente.

L’asse orizzontale identifica il comportamento degli USA e ne propone una graduazione in positivo o in negativo in funzione dei vantaggi o degli svantaggi arrecati per il propio paese. L’asse verticale propone la stessa metrica per i partner commerciali e finanziari degli Stati Uniti. Dall’incrocio degli assi è possibile individuare quattro quadranti che riconducono il comportamento americano alla legenda sopra indicata.
Nel diagramma successivo, le frecce indicano una lettura dinamica disegnando il percorso compiuto e i possibili percorsi futuri. Il percorso effettuato indica un punto di partenza nel primo quadrante, seguito da un progressivo lento trasferimento verso il secondo quadrante e, infine, indica l’attuale approdo dal secondo al quarto quadrante, traguardo cui hanno condotto le politiche dei dazi promosse da Trump. Le frecce che partono dal quarto quadrante indicano le strade alternative che potrebbero essere percorse in futuro. Da un lato, la politica dei dazi potrebbe avere uno sbocco positivo tale da riportare all’equilibrio rappresentato nel primo quadrante, approdo che rappresenterebbe l’esito favorevole perseguito dal governo Trump e costituirebbe il successo delle sue politiche: nel discorso di insediamento alla Casa Bianca Trump ha affermato che “se perdessimo la funzione del dollaro come moneta internazionale, penso che sarebbe l’equivalente della sconfitta in una guerra”. D’altro lato, viene rappresentata la strada dell’insuccesso che porterebbe all’approdo nel terzo quadrante e consegnerebbe alla storia il fallimento delle politiche trumpiane contrassegnandole, a buon titolo, con l’epiteto della stupidità responsabile di una recessione mondiale probabilmente senza precedenti nella storia. Come ha scritto il Wall Street Journal, sarebbe questo l’esito inevitabile della “guerra commerciale più stupida che sia mai stata combattuta”.

4. Il privilegio esorbitante
Il primo quadrante rappresenta lo stato delle relazioni commerciali e finanziarie internazionali “prima” della rottura degli equilibri. In realtà, non si trattava di un equilibrio fifty fifty cioè quello che si sarebbe collocato sulla bisettrice, ma si posizionava originariamente nello spazio al di sotto di quest’ultima, là dove la metrica cipolliana indica che il vantaggio per gli USA era ampiamente maggiore rispetto al vantaggio degli altri paesi. Tuttavia questi ultimi, pur denunciando il privilegio americano, non si opponevano; tutto sommato, andava bene anche per loro e, in ogni caso, non c’erano alternative praticabili. Il maggiore vantaggio, risalente agli Accordi di Bretton Woods del 1945, derivava dalla funzione di moneta internazionale attribuita al dollaro da quegli accordi. Questo vantaggio è definito, nella letteratura economica, con l’espressione “privilegio esorbitante” come lo etichettò Valéry Giscard d’Estaing nel 1964 quando era ministro delle finanze, prima di essere presidente della Francia negli anni ’70.
Per cogliere l’essenza del privilegio basti pensare che il paese che emette la moneta internazionale – moneta che gli altri paesi domandano per effettuare i pagamenti internazionali, per costituire le riserve ufficiali e per effettuare investimenti sicuri – proprio per l’effetto della crescente domanda da parte del resto del mondo, non incontra vincoli monetari nel consumare e investire più di quanto produce e può agevolmente colmare il disavanzo commerciale pagando le importazioni con la propria moneta, cioè accumulando debiti verso il resto del mondo. E, pertanto, come risvolto finanziario del disavanzo commerciale, non incontra vincoli nell’indebitare il proprio sistema economico verso l’estero a tassi contenuti perchè chi detiene dollari – acquisiti con le esportazioni verso gli USA o con acquisti nel mercato dei cambi – trova nel sistema finanziario americano le migliori opportunità di investimento, quanto meno sotto i profili della liquidità, della sicurezza e della certezza del diritto.
In altri termini, il privilegio di essere l’emittente della moneta internazionale ha posto gli USA nella condizionedi “poter vivere al disopra delle proprie possibilità” (importazioni superiori alle esportazioni) emettendo, appunto, debiti che sono graditi e domandati dal resto del mondo come strumenti di pagamento, di riserva e di investimento. Gli Stati Uniti hanno per lungo tempo beneficiato del privilegio esorbitante, ma occorre considerare che, in economia, “non esistono pasti gratis” e, prima o poi gli squilibri presentano il conto.
Quanto può durare un assetto delle relazioni economiche internazionali in cui un paese (gli Stati Uniti) è importatore netto in modo sistematico e in misura crescente e, per contro, altri paesi (soprattutto Cina e Germania) sono simmetricamente esportatori netti in modo sistematico e in misura crescente?
Quanto può durare un assetto che consente ad un paese di vivere al disopra delle proprie possibilità facendo leva sul debito mentre, simmetricamente, altri paesi vivono al disotto delle loro possibilità consumando e investendo meno di quanto producono e destinano la sovrapproduzione alle esportazioni che fanno accumulare crediti verso l’estero?
Quanto può durare un assetto in cui un paese (USA) sostiene consumi e investimenti al proprio interno oltre il livello della produzione nazionale che, per di più, viene in parte progressivamente sostituita e messa fuori mercato dalla produzione importata e, nel contempo, sostiene il fatturato delle imprese e l’occupazione in altri paesi (Cina e paesi-euro in primis) e, simmetricamente, questi altri paesi comprimono i salari, i consumi e gli investimenti al proprio interno per destinare ad esportazione quote rilevanti della loro produzione?
La risposta non può che essere la seguente: è una questione di misura. Il sistema delle relazioni economiche internazionali, così congegnato, può reggere fino al punto in cui le conseguenze che esso genera all’interno delle economie nazionali risultano sostenibili economicamente e socialmente. Di seguito si accenna alle conseguenze critiche per gli equilibri economici interni all’economia americana mentre esulano dall’obbiettivo di questa nota le conseguenze critiche che, pure, iniziano a manifestarsi anche all’interno delle aree dell’euro e della Cina. A questo proposito, una tesi molto interessante, cui si fa rinvio, è sostenuta da Klein e Pettis (9). I due autori sostengono che è fuorviante interpretare gli squilibri come conflitti tra paesi con interessi contrapposti. L’origine degli squilibri risiederebbe, invece, nel conflitto economico e sociale tra classi economiche all’interno dei paesi, da interpretarsi come il portato dei conflitti distributivi tra capitale e lavoro e delle disuguaglianze reddituali determinati dalla globalizzazione e dalla libertà dei movimenti di capitale che, oltre a svalutare il lavoro nella nazione esportatrice, impoveriscono anche il lavoro nella nazione importatrice. L’operaio americano si è trovato a competere, al ribasso, con gli operai di paesi che comprimono il costo del lavoro come fonte rilevante della loro competitività.
5. Il dilemma di Triffin
Guardando al problema in termini di riflessi sull’economia americana si deve rilevare che l’effetto congiunto e contrapposto del perdurare dei comportamenti simmetrici sopra indicati ha trasformato il privilegio esorbitante in un onere esorbitante.
Robert Triffin, un economista belga, lo aveva previsto molto lucidamente già negli anni ’60 affermando che, a lungo andare, al crescere della dimensione dei fenomeni sopra richiamati e, in particolare, al crescere del peso relativo delle economie del resto del mondo rispetto all’economia americana, gli USA si sarebbero trovati di fronte ad un dilemma:
a) assecondare la crescita della domanda di dollari da parte del resto del mondo e subirne le conseguenze negative (vedremo poi quali) a carico della propria economia, oppure
b) considerare prioritari gli interessi dell’economia americana e “scaricare” conseguenze negative sui paesi partner.
La crescita del PIL dei paesi del resto del mondo, inevitabilmente maggiore rispetto alla crescita del PIL americano, congiuntamente con lo sviluppo del commercio internazionale in rapporto al PIL del mondo, ha portato ad una crescente espansione della domanda della moneta internazionale e ha moltiplicato l’impatto sull’economia americana. Al fine di conservare il privilegio esorbitante, gli Stati Uniti hanno continuato ad assecondare la domanda di dollari aumentando l’offerta, ma questo aumento non poteva realizzarsi per altra via che non fosse l’incremento delle importazioni e l’aumento del debito verso l’estero (con le conseguenze che saranno esaminate nel paragrafo successivo).
Ovviamente, di fronte al manifestarsi del “dilemma di Triffin” gli Stati Uniti hanno sempre scelto di percorrere politiche coerenti con il secondo corno del dilemma sopra indicato sub b). È emblematica, in tal senso, la nota dichiarazione di John Connaly, Segretario al Tesoro americano che, nel 1971 nel corso del G10, fece la famosa affermazione: “il dollaro è la nostra moneta ed è un vostro problema“. I casi più evidenti sono stati la revoca della convertibilità del dollaro in oro nel 1971 e gli Accordi del Plaza del 1985 che, sotto la pressione dell’egemonia americana e anche allora sotto l’imposizione di dazi, spinsero i principali paesi alleati (Gran Bretagna, Canada, Giappone, Germania e Francia) ad accogliere la richiesta di rivalutare le proprie monete nei confronti del dollaro con l’obbiettivo di contenere, a proprie spese, gli squilibri dell’economia americana.
6. L’onere esorbitante
Poter pagare le importazioni con la propria moneta è presupposto che apre la strada alla potenziale condizione di consumare e investire più di quanto si produce senza incontrare vincoli nella dinamica del cambio (svalutazione) e nella cessione di riserve ufficiali a difesa del cambio, come invece sarebbe la conseguenza per ogni altro paese. Ogni altro paese che non potesse pagare con la propria moneta e conducesse politiche volte a “vivere al di sopra delle proprie possibilità” attiverebbe, nel contempo, vincoli stringenti: il cambio si deprezzerebbe rendendo più costose le importazioni e/o richiederebbe interventi della banca centrale a difesa del cambio con dispendio delle riserve ufficiali. Come risvolto di questa potenziale condizione, il paese che emette la moneta internazionale non incontra vincoli stringenti nell’indebitarsi verso l’estero, a livello pubblico e privato, corrispondendo in questo modo ad una domanda crescente della moneta internazionale da parte del resto del mondo.
Quanto sopra indicato come condizione potenziale, in realtà, si è tradotto in comportamento effettivo sotto la spinta di incentivi che hanno reso conveniente importare piuttosto che produrre internamente. Hanno giocato in questo senso due fattori.
Il primo è stato costituito dagli orientamenti “export led” impressi alle economie europea e cinese, orientamenti che sono stati supportati da politiche economiche finalizzate a sostenere la competitività di prezzo, in primo luogo attraverso la compressione del costo del lavoro, tale da favorire la penetrazione in un mercato di 340 milioni di persone liberamente aperto dagli Stati Uniti alle produzioni del resto del mondo.
Il secondo fattore incentivante è stato costituito dalla dinamica del cambio del dollaro nei confronti dell’euro e dello yuan. La crescente domanda di dollari come moneta internazionale ha portato alla sopravvalutazione nei confronti dell’euro e dello yuan. Ciò ha ancor più favorito le importazioni da queste due aree e, per contro, ha avuto per le esportazioni americane lo stesso effetto penalizzante di un dazio. Secondo l’interpretazione trumpiana, la svalutazione dell’euro e dello yuan e la corrispondente rivalutazione del dollaro, è stata anche deliberatamente sostenuta (svalutazione competitiva) dalle politiche monetarie condotte dalle banche centrali europea e cinese a supporto delle politiche mercantilistiche adottate dai rispettivi governi. La gestione dei tassi di interesse, mantenuti al di sotto dei livelli dei tassi americani, favorisce infatti il carry trade e cioè la possibilità di indebitarsi a tassi bassi, acquistare dollari, investire in titoli americani a tassi più elevati beneficiando, nel contempo, anche dell’aumento del valore del dollaro. Si tratterebbe, secondo l’accusa trumpiana, di politiche deliberatamente finalizzate ad aggredire il mercato americano e, per converso, volte a rendere meno convenienti le esportazioni americane. La manipolazione del cambio avrebbe generato maggiorazioni di prezzo a carico dei prodotti americani acquistati dal resto del mondo, maggiorazioni che, nella sostanza, equivarrebbero all’imposizione di dazi sulle esportazioni degli Stati Uniti.
Politiche mercantilistiche, basate cioè su un modello di sviluppo export led, e “manipolazione” dei cambi spiegherebbero la crescente dimensione assunta dai disavanzi della bilancia commerciale americana e la conseguente de-industrializzazione determinata dal gap competitivo che ha costretto larga parte delle imprese del settore manifatturiero americano a chiudere o a delocalizzare all’estero con un impatto devastante sull’occupazione nello stesso settore. La de-industrializzazione, oltre a mettere in difficoltà il predominio militare, ha determinato l’impoverimento di milioni di americani del ceto medio operaio e agricolo a seguito della stagnazione dei salari e della perdita di posti di lavoro.
Non c’è dubbio che gli USA sono il paese più ricco del mondo con un reddito pro capite pari al doppio di quello europeo (erano all’incirca uguali 15 anni fa). Ma è anche un paese che vive al di sopra delle proprie possibilità e ne paga le conseguenze in termini di de-industrializzazione e di impoverimento di una classe sociale. Un paese diviso in due dalle disuguaglianze di reddito tra un’America ricca che vive sulla finanza e un’America, in sofferenza, che vive sull’economia reale, in particolare sulla manifattura. Una ricchezza diseguale alimentata da un modello di sviluppo, ormai ai limiti della sostenibilità, fondato sul disavanzo commerciale e sul debito verso l’estero. Un dato macroscopico fornisce una illuminante fotografia di questa realtà: 42 milioni di americani su 340 milioni (1 ogni 8) hanno diritto al sussidio alimentare pubblico pari a 200 dollari al mese per ogni componente della famiglia.
Allo stesso modo, la funzione monetaria internazionale del dollaro spiegherebbe la crescita esponenziale del debito verso l’estero e, in particolare del debito pubblico e della conseguente spesa per interessi, che ha assunto un peso crescente nella determinazione dei deficit del bilancio federale arrivando a superare perfino l’enorme spesa per la difesa, e alimenta la spirale legata al pagamento degli interessi con l’emissione di nuovo debito che, a sua volta genera un’ulteriore crescita degli interessi.
Howard Lutnick, Segretario al Commercio nel Governo americano, in un’intervista alla CBS, ha sintetizzato in modo molto efficace l’urgente necessità degli USA di resettare le relazioni commerciali e finanziarie con l’estero: “occorre resettare e ridefinire i rapporti di potere degli Stati Uniti nei confronti sia degli alleati, sia dei nemici. L’idea che tutti i paesi del mondo possano accumulare eccedenze commerciali con gli Stati Uniti e acquistare con il ricavato i nostri asset non è sostenibile. Stiamo parlando di quasi 1,2 trilioni di dollari di passivo all’anno. Nel 1980 eravamo un investitore netto verso l’estero. Possedevamo cioè più asset del resto del mondo di quanto il resto del mondo ne possedesse di nostri. E ora gli stranieri possiedono 18 trilioni di dollari di asset in più rispetto a noi. Sono diventati creditori netti verso di noi. Realizzando ormai 1,2 trilioni di dollari di avanzo commerciale, il resto del mondo acquisterà ogni anno ulteriori 1,2 trilioni di asset americani. La situazione continuerà a peggiorare costantemente. Alla fine non saremo più proprietari del nostro Paese“.
7. Considerazioni conclusive
Di fronte a quello che potremmo definire un nuovo Triffin tipping point, la politica economica americana ricalca quanto ha sempre fatto in passato: mira a resettare le relazioni economiche internazionali accollando l’onere del riequilibrio a carico delle controparti. Lo ha dichiarato espressamente Scott Bessent, Segretario al Tesoro: “noi abbiamo le carte vincenti da giocare, gli altri devono passare la mano e devono pagare le fishes che stanno sul piatto. Gli altri devono accettare le nostre condizioni perché hanno in mano carte perdenti, devono pagare quanto è necessario per riportare sotto controllo la nostra bilancia dei pagamenti, il nostro disavanzo fiscale e il nostro debito pubblico“. Questa è la condizione perché gli altri paesi possano continuare a beneficiare della protezione e dei servizi che gli Stati Uniti forniscono al resto del mondo con una generosità che, ultimamente, è sfociata perfino nell’autolesionismo. È finito il tempo della generosità e dei costi che, a causa di questa, gli Stati Uniti si sono accollati.
La narrazione americana prende le mosse dal presupposto che gli Stati Uniti sono fonitori di servizi per il resto del mondo: la moneta internazionale, un mercato liberamente accessibile di 340 milioni di consumatori, il sistema finanziario più efficiente e più sicuro del mondo, l’ombrello militare per molti paesi. L’erogazione di questi servizi ha creato squilibri nell’economia americana e il riequilibrio, ora, comporta dei costi. Questi costi dovranno essere pagati dagli utenti dei servizi e ciò tanto più se si considera che, fino ad ora, essi hanno concorso ad alimentare gli squilibri, nel loro interesse nazionale, conducendo politiche fiscali repressive del costo del lavoro e della domanda interna, politiche monetarie a sostegno delle svalutazioni competitive delle loro valute, politiche commerciali protezionistiche volte ad ostacolare le esportazioni americane, aiuti di stato a sostegno delle loro esportazioni.
In questa logica, la politica dei dazi, oltre a generare entrate per il bilancio federale, ha una funzione strumentale come mezzo di pressione a sostegno della forza contrattuale americana al tavolo delle negoziazioni che sono finalizzate a
- far cessare le manipolazioni valutarie e gli aiuti di stato;
- liberalizzare le norme e le barriere non tariffarie che ostacolano le esportazioni americane;
- promuovere il rientro in patria di imprese americane che, in passato, avevano de-localizzato;
- favorire gli investimenti industriali negli USA da parte di imprese di altri paesi;
- far acquistare il gas americano;
- contribuire al sostegno dei costi dell’ombrello militare.
È questa la strategia trumpiana che guida la politica dei dazi. Una strategia che, secondo una visione critica (10) (11), si basa sul presupposto ritenuto fuorviante di considerare gli Stati Uniti come vittime della propia sorte decisa altrove, una strategia che non potrebbe portare all’esito sperato. È tuttavia innegabile che Trump ha in mano una carta vincente: non ci sono alternative possibili, se non in un futuro molto lontano, alla funzione monetaria internazionale del dollaro. L’alternativa al dollaro e al privilegio esorbitante non è un’altra moneta; l’alternativa è una guerra commerciale internazionale, a colpi di ritorsioni, che nessuno ha interesse ad alimentare e che sarebbe disastrosa per tutti.
Note bibliografiche
(1) Stephen Miran, “A User’s Guide to Restructuring the Global Trading System”, https://www.hudsonbaycapital.com/documents/FG/hudsonbay/research/638199_A_Users_Guide_to_Restructuring_the_Global_Trading_System.pdf
(2) Robert Lighthizer, “No trade is free”, HarperCollins Publishers Inc, 2023
(3) Peter Navarro, “Donald Trump’s tariffs will fix a broken system”, Financial Times, 7 aprile 2025
(4) Donald J. Trump, Tony Schwartz, “Trump: The Art of the Deal”, Ballantine Books, 2009
(5) Donald J. Trump, “National Security Strategy of the United States of America”, novembre 2025 https://www.whitehouse.gov/wp-content/uploads/2025/12/2025-National-Security-Strategy.pdf
(6) Carlo M. Cipolla, “Le leggi fondamentali della stupidità umana” in Allegro ma non troppo”, Il Mulino, 1988
(7) “The Dumbest Trade War in History”, Wall Street Journal, 31 gennaio 2025
(8) Gideon Rachman, “A mob boss approach to markets. The president’s approach to allies is to treat them like errant members of a protection racket”, Financial Times, 8 aprile 2025
(9) Matthew C. Klein, Michael Pettis, “Le guerre commerciali sono guerre di classe. Come la crescente disuguaglianza corrompe l’economia globale e minaccia la pace internazionale”, Einaudi, 2021
(10) Maurice Obstfeld, “The U.S. Trade Deficit: Myths and Realities”, Brookings Papers on Economic Activity, March 2025
(11) Domenico Delli Gatti e Marco Lossani, “Trump va alla guerra (dei dazi e non solo), inL’economia internazionale nell’era dei dazi, Università Cattolica, Osservatorio Monetario 3 – 2025