Il 25 APRILE. UNA MICROSTORIA PER RICORDARE IL PASSATO E PER RIFLETTERE SUL PRESENTE

In occasione delle manifestazioni del 25 aprile ho affidato alla Vice Presidente dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea – unitamente al diario di prigionia – una breve nota biografica che riporto integralmente di seguito, nota che ho scritto per ricordare mio padre, uno dei tanti I.M.I. (Internati Militari Italiani) vittime, per oltre 20 mesi, della deportazione nei lager nazisti.

Con questo gesto non ho voluto soltanto rendere omaggio alla memoria di mio padre; ho anche voluto lasciare traccia – attraverso la sua microstoria – del valore della decisione assunta dalle tante persone (oltre 600.000) che scelsero, in piena consapevolezza, di pagare con il sacrificio e con la sofferenza personale le conseguenze legate alla volontà dichiarata di rifiutare il sostegno al regime dittatoriale nazifascista.

Dobbiamo ricordare che la Storia è il risultato della somma di singole esistenze, di persone, delle loro microstorie, dei loro successi e delle loro sofferenze che, cumulandosi, diventano pagine memorabili, testimonianze di conoscenze, di esperienze, di valori che possono diventare memoria pubblica e patrimonio dell’intera società.

Quali valori hanno supportato la decisione di rifiutare la proposta di collaborare con l’esercito tedesco e di aderire alla Repubblica di Salò?

Credo che, non solo la decisione assunta l’8 settembre, ma l’intera vita di mio padre – come ho cercato di sintetizzare nella nota biografica – costituisca una testimonianza della volontà di chiudere con il passato e di contribuire alla realizzazione di un nuovo progetto di società, quel progetto che ha trovato piena espressione nella nostra Costituzione: la sovranità nelle mani dei cittadini; lo Stato Sociale al servizio dell’emancipazione della persona umana; il contenimento del mercato, dell’economia e dei conflitti sociali entro i confini tracciati dalla politica nel rispetto, prioritario, dell’interesse pubblico; i doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale; la salvaguardia dei diritti inviolabili civili e sociali; il diritto al lavoro quale fondamento della Repubblica e l’impegno dello Stato a promuovere le condizioni che rendano effettivo questo diritto, veicolo fondamentale di inclusione sociale; le tutele del lavoratore inteso quale contraente debole; l’impegno dello Stato a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, di fatto, limitano la libertà e l’uguaglianza sostanziale dei cittadini; il dovere di ogni cittadino di svolgere attività che concorrano al progresso materiale o spirituale della società.

Molto opportunamente, Massimo Cacciari (qui) ha recentemente rimarcato che la nostra Costituzione non si è auto-dichiarata antifascista: sarebbe stata una diminutio. La Costituzione non è nata contro; è nata per delineare un progetto di società democratica e progressiva.

Senza nulla togliere ai valori della Resistenza che è quanto mai doveroso ricordare e celebrare, dovremmo anche considerare che oggi non è il fascismo il nemico della Costituzione. Smettiamo di guardare soltanto nello specchietto retrovisore e smettiamo di schierarci, in via esclusiva, contro un nemico che non c’è più. Dovremmo invece prendere coscienza, resistere nuovamente e lottare contro il vero, attuale, reale, nemico del progetto di società disegnato dall’Assemblea costituente: l’ideologia neoliberale, l’ordine sociale da questa perseguito e le politiche che hanno concretamente modellato gli assetti sociali secondo principi che si contrappongono radicalmente a quelli che supportano il progetto costituzionale.

Il 25 aprile dovrebbe essere anche – e purtroppo non lo è – l’occasione per domandarsi se questo progetto di società che ci è stato affidato l’abbiamo saputo custodire e realizzare concretamente. Purtroppo la risposta è negativa, molto negativa. Se i valori della Resistenza, in tutte le forme in cui si sono espressi (IMI compresi), hanno trovato consacrazione nella legge fondamentale, perché non ci domandiamo se siamo stati capaci di difendere quest’ultima dalla controrivoluzione neoliberale? perchè le forze sociali che si riconoscono nella Resistenza e nel progetto costituzionale non denunciano il vulnus che è stato perpetrato? e perché non invocano una nuova Resistenza? Credo di conoscere la risposta. Senza nulla togliere ai valori della Resistenza, è molto più facile compiacersi e celebrare, doverosamente, la lotta al fascismo combattuta oltre ottant’anni fa piuttosto che fare i conti con gli errori commessi in un passato più recente ma non meno deleterio, di cui sono responsabili anche molti di coloro che oggi ci parlano della Costituzione più bella del mondo nata dalla Resistenza.

Se escludiamo i “trenta anni gloriosi” del dopoguerra, periodo nel quale furono fatti passi importanti nella direzione indicata dal progetto costituzionale, abbiamo successivamente assistito ad una controrivoluzione che ha progressivamente smantellato, in vari aspetti, le conquiste realizzate. Perchè non se ne parla? Questo dovrebbe essere l’argomento prioritario nelle manifestazioni e nei discorsi di circostanza che, in assenza di questo richiamo alla realtà, finiscono per ammantare il 25 aprile di retorica e di celebrazione di valori costituenti che sono rimasti ampiamente sulla carta e non sono stati concretamente realizzati nella costituzione materiale del Paese.

Di questo non si parla; molti non ne hanno nemmeno la consapevolezza. E’ stato steso un velo che rende difficoltoso comprendere il mutamento, che si è sviluppato lentamente, in modo strisciante, ma radicale. Un mutamento che ha interessato in profondità quella che i giuristi definiscono la “forma di stato”: a partire dagli anni ’80 abbiamo vissuto la transizione dallo Stato Sociale allo Stato neoliberale. Quando si propongono queste riflessioni molti sono portati a domandare quali articoli della Costituzione siano stati modificati nella direzione indicata. In realtà, al di là di modifiche formali di alcuni articoli (si pensi ad esempio all’introduzione dell’obbligo di pareggio del bilancio pubblico), la controrivoluzione neoliberale ha seguito un percorso molto più subdolo e meno visibile mirato a svuotare di effettività i principi costituzionali sottraendo allo Stato le principali leve di governo dell’economia e creando, in questo modo un solco tra Costituzione formale e costituzione materiale.

Se potessimo chiedere ad un marziano di studiare l’assetto politico, giuridico, economico e sociale del nostro Paese e di ricavare dallo studio i principi fondamentali che implicitamente gli danno forma, il suo studio non ci parlerebbe dei principi espressi nella nostra Costituzione. Ci parlerebbe di ordoliberismo, di economia sociale di mercato secondo i dettami della Scuola di Friburgo, ci parlerebbe di norme del Trattato di Maastricht, ci parlerebbe di mercato e del principio di concorrenza, di politiche neoliberali, di principi economici che sono divenuti i parametri guida pervasivi in ogni ambito della società.

Molti avvertono disagi nuovi che segnalano specifiche deviazioni dal progetto costituzionale, ma risulta molto difficile comprendere il fenomeno nella sua organicità e nelle sue finalità ultime. Non è possibile comprendere, soltanto per intuizione, la complessità del disegno nei suoi profili ideologici, politici, economici e sociali. Per argomentare e motivare queste mie affermazioni dovrei scrivere un libro ma, per fortuna, c’è chi ci ha pensato. Consiglio vivamente, tra i tanti contributi, il libro di Carlo Iannello, Lo stato del potere, Meltemi Editore, 2025. Sul tema, sono stati scritti molti e pregevoli libri, ma quello di Iannello è fondamentale per comprendere quanto ho sopra soltanto accennato. Allo stesso modo, per comprendere come il disegno dell’Unione Europea sia stato un formidabile acceleratore del processo di transizione tra le forme di stato sopra richiamate e come sia stato profondamente nocivo per il nostro Paese, consiglio vivamente la lettura del libro di Gabriele Guzzi, Eurosuicidio, Fazi Editore, 2025 e ciò in attesa della seconda edizione che uscirà in ottobre (la prima è esaurita da anni) del Tramonto dell’euro di Alberto Bagnai, vero e proprio libro-cult che ha reso accessibili per tutti le argomentazioni di una vastissima e qualificata letteratura critica sull’adozione di una moneta senza Stato.

Si tratta di letture che ci invitano a riflettere sull’importanza delle celebrazioni del 25 aprile, ma anche sulla necessità di una nuova Resistenza nella continuità dei valori da difendere, oggi come allora, per realizzare una società più giusta secondo il progetto costituzionale.

NOTE BIOGRAFICHE DI GIORGIO PAVARANI

Sotto Tenente di Vascello della Regia Marina Italiana

internato in lager nazisti dal settembre 1943 all’agosto 1945

Giorgio Pavarani nacque a Parma il 4 dicembre 1916. Dopo la maturità classica, conseguita presso il liceo Romagnosi, si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Parma.

Nel 1938, al terzo anno del corso universitario, aderì volontario ad un bando dell’Accademia Navale di Livorno per il reclutamento di allievi ufficiali di complemento in un corso speciale che gli avrebbe consentito, in contemporanea, di terminare gli studi e così potè conseguire la laurea nel 1939.

Nello stesso anno 1939, terminato il corso per allievi ufficiali, fu imbarcato sull’Incrociatore “Fiume” con il grado di Guardiamarina. Dopo 14 mesi dalla nomina ad Ufficiale avrebbe dovuto ricevere il congedo dal servizio militare, congedo che non ottenne perché fu trattenuto in servizio a seguito della dichiarazione di guerra del 10 giugno del 1940. Il congedo, di fatto, arrivò soltanto nel 1945 con la Liberazione, dopo sette anni ininterrotti trascorsi tra servizio militare, guerra e deportazione nei lager nazisti. A bordo del “Fiume” partecipò alla battaglia di Punta Stilo (8 luglio 1940) e ad altre operazioni di guerra. Le successive destinazioni furono, nell’ordine: Comando Reale Equipaggi Marittimi alla Spezia; Comando Alto Tirreno a Portoferraio; Comando Marimorea a Patrasso (Grecia). Fin dall’imbarco sul Fiume, e in tutte le successive destinazioni, fu assegnato alle comunicazioni cifrate.

Il 14 giugno 1943, in licenza matrimoniale, sposò Gabriella Negri (deceduta nel 2007) dalla quale ebbe 5 figli maschi di cui uno solo, il sottoscritto, attualmente vivente.

L’8 settembre 1943 si trovava in Grecia presso il Comando Marimorea a Patrasso. Fu invitato da un Capitano di Vascello austriaco ad uscire dai ranghi e a collaborare con l’esercito tedesco. A seguito del rifiuto, l’ufficiale si complimentò con lui, gli chiese di consegnare la pistola che aveva in dotazione e gli prospettò molto chiaramente l’alternativa cui sarebbe andato incontro: un lungo viaggio in treno in un carro bestiame verso la Germania con destinazione ad un campo di prigionia. Il viaggio iniziò il 18 settembre e terminò dopo 11 giorni, non lontano da Berlino, nella città di Luckenwalde ove rimase dal 2 al 15 ottobre. In seguito, fu trasferito nei lager di Tarnopol (fino al 27 dicembre 1943), Siedice (fino al 17 marzo 1944), Sandbostel (fino al 4 novembre 1944), Wietzendorf (fino al 18 agosto 1945). Nei lager citati erano internati anche numerosi parmigiani. Tra questi, sono ripetutamente menzionati nel suo diario: Giovannino Guareschi, il pittore Arnaldo Spagnoli, il veterinario Gino Viola, il professor Emilio Taverna, l’avvocato Tonelli, i notai Piero Micheli e Giuseppe Fornari, Walter Mezzadri, Guglielmo Gandolfi, Franco Aimi, l’ortopedico Ercole Negri. Molti episodi riportati nel suo diario trovano riscontro nel “Diario Clandestino” che Giovannino Guareschi scrisse dopo il rientro in Italia.

Anche durante la prigionia gli fu più volte proposto di aderire alla Repubblica di Salò e gli fu proposto di prendere servizio nell’esercito tedesco. Scriveva quotidianamente nel suo diario di prigionia proibito dalle regole del lager e perciò tenuto nascosto nel sotto fondo di una cassettina di legno. Dal diario emerge espressamente la fermezza del rifiuto motivata dall’avversione ai regimi fascista e nazista e dal disprezzo per i loro aguzzini. Retto dalla fede, dall’amore per la moglie e per il primo figlio (nato nel marzo del 1944 durante la sua prigionia) che non aveva ancora potuto abbracciare, animato dai sogni e dai progetti per il futuro, ebbe la forza di non aderire nonostante le sofferenze per la fame, il freddo, le carenze igieniche, la debolezza fisica, lo stato di degrado, le angherie e i soprusi spesso gratuiti e ingiustificati e proprio per questo ancor più insopportabili. Le condizioni psicologiche di estrema umiliazione lo indussero a scrivere nel diario: ”sono ancora un uomo io? dove è stata gettata, infangata, la mia dignità?” Soprattutto la fame, una fame insaziabile, emerge come protagonista quotidiana del diario annotato giorno per giorno, assieme alla struggente nostalgia per gli affetti più cari. Nel diario viene quotidianamente denunciata la carenza delle razioni alimentari che vengono minuziosamente descritte insieme a quanto riusciva ad ottenere barattando le poche cose rimaste nel bagaglio previdenzialmente portato con sè da Patrasso. Facile immaginare la gioia per qualche pacco alimentare ricevuto da casa, quei pochi che non si “persero per strada” nel lungo tragitto tra gli uffici postali di Parma e l’ufficio pacchi dei lager.

La Liberazione, ad opera dell’esercito inglese, fu ufficialmentre sancita il 16 aprile 1945 dal Colonnello Pietro Testa, comandante della sezione italiana del campo di Wietzendorf, con l’emissione di un ordine del giorno che iniziava con queste due parole “Siamo liberi”. Tuttavia, a causa della complessità dell’organizzazione del viaggio di rientro, che prevedeva il rimpatrio di qualche decina di migliaia di soldati italiani, dovette attendere, per il ritorno a casa, fino al 18 agosto data che metteva fine a 23 mesi di deportazione.

Rientrato in Italia, nel 1946 superò l’esame da Procuratore Legale presso la Corte di Bologna e iniziò l’attività professionale di avvocato che interruppe, al compimento dei 70 anni, con l’intento di dedicarsi a tempo quasi pieno alla collaborazione con enti religiosi ed enti di assistenza e beneficenza, sempre in puro spirito di volontariato, senza peraltro rinunciare alla passione per le imbarcazioni da diporto e per il mare, che amava definire “maestro severo di vita”.

Su designazione del Prefetto di Parma, ebbe per molti anni l’incarico di Presidente del Conservatorio delle Maestre Luigine. Successivamente, fu Presidente dell’Opera Pia SS Trinità dell’Oratorio dei Rossi. Per alcuni decenni, si dedicò all’assistenza legale ai Missionari Saveriani attività per la quale ricevette dalla Pia Società di San Francesco Saverio per le Missioni Estere il riconoscimento, di cui era particolarmente orgoglioso, di “Benemerito della Società e partecipe dei Beni Spirituali della stessa” come risulta scolpito nella targa in marmo posta all’ingresso della casa dei Missionari in via San Martino che riporta l’elenco dei Benemeriti.

In riconoscimento dell’impegno dedicato alle attività sociali, fu insignito dell’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana nel 1956, poi Cavaliere Ufficiale nel 1961 e, infine, Commendatore nel 1969.

Il 14 giugno 2003, con grande gioia, festeggiò solennemente con Gabriella 60 anni di matrimonio con una cerimonia religiosa nella Chiesa del Sacro Cuore.

Nel 2003, all’età di 87 anni, pur in non buone condizioni di salute (nel corso della vita fu colpito da due gravi infarti), volle affrontare l’impegnativo e faticoso viaggio in Sierra Leone al fine di rendersi conto di persona delle condizioni di vita in quel Paese che risultava agli ultimi posti nella classifica sullo sviluppo umano redatta dall’ONU che censisce oltre 190 Paesi. Soprattutto, volle verificare, con i propri occhi, la funzionalità e l’impatto sociale delle numerose opere, a beneficio di quella popolazione, che furono realizzate a partire dal 1986 grazie all’attività di Amos Grenti e di un gruppo di volontari di cui lui stesso fu parte attiva e grazie alla generosità di tante persone e di tante imprese di Parma e provincia. Durante il soggiorno presso la casa dei Missionari Saveriani a Makeni, e nel corso delle numerose visite alle opere realizzate nei villaggi (programmi agricoli, pozzi, scuole, presidi sanitari), maturò l’idea di dare alla missione umanitaria iniziata da Amos Grenti un assetto giuridico e una struttura organizzativa che fossero in grado di assicurare la continuità dell’attività in modo che la stessa potesse avere un futuro anche a prescindere dalle persone al momento coinvolte.  

Nello stesso anno 2003, al ritorno dal viaggio in Africa, costituì, con altri soci fondatori, la ONLUS “Amici della Sierra Leone” e, fino alla fine dei suoi giorni, continuò, anche con numerosi e cospicui contributi personali, a promuovere lo sviluppo dell’attività umanitaria.

Nel 2006, a riconoscimento dell’opera svolta a favore dei Missionari Saveriani e, in particolare, per il lavoro umanitario realizzato in Sierra Leone a beneficio della popolazione della Diocesi di Makeni, Papa Benedetto XVI lo insignì dell’Onorificenza Pontificia “Croce d’Oro Pro Ecclesia et Pontifice”, altissima onorificenza vaticana istituita dal Sommo Pontefice Leone XIII nel XIX secolo per “rimeritare le benemerenze verso la Chiesa e la persona del Romano Pontefice”, onorificenza che, a Parma, oltre a lui e ad Amos Grenti è stata attribuita una sola altra volta, negli anni trenta del secolo scorso.

Nel settembre del 2008, con la preziosa collaborazione di Fausto Catelli, ideatore e curatore del Museo della Memoria a Gramignazzo di Sissa, pubblicò con Silva Editore il diario di prigionia con titolo “… ma l’animo spaziò libero” e con sottotitolo “sentimenti, sogni e fatti annotati quotidianamente nei lager tedeschi in Polonia e in Germania – dall’8 settembre 1943 al 18 agosto 1945 – dal Sotto Tenente di Vascello della Regia Marina Italiana Giorgio Pavarani”. Fu determinante, per il compimento dell’opera, la collaborazione di Fausto Catelli che si fece carico della trascrizione del diario annotato quotidianamente durante l’intero periodo di prigionia, scritto in brandelli di carta con grafia quasi illeggibile e tenuto nascosto per sfuggire al divieto di tenere diari. A Fausto Catelli donò i cimeli conservati, raccolti durante la guerra e negli anni di internamento, affinché fossero esposti nel suo museo.

Il 27 gennaio 2009, Giorno della Memoria, all’età di 93 anni – e ben 64 anni dopo la fine della prigionia – ebbe la soddisfazione di vedere ufficialmente riconosciuti ed apprezzati dallo Stato italiano sia il valore del suo rifiuto, sia le sofferenze patite in conseguenza. In quella data ricevette dal Prefetto di Parma la Medaglia d’Onore all’Internato con la dicitura “in quanto militare deportato e internato in campi di concentramento in Germania e in Polonia in conseguenza del rifiuto, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, di aderire alla Repubblica Sociale Italiana e di collaborare con le autorità militari tedesche”. 

Nel novembre del 2011, pochi mesi dopo il suo decesso avvenuto il 29 giugno 2011, in occasione della cerimonia delle lauree, l’Università UNIMAK di Makeni volle ricordarlo dedicando alla sua memoria il nuovo edificio dell’Aula Magna con l’apposizione di una grande targa in marmo che ricorda il suo straordinario impegno per la diffusione dell’istruzione in Sierra Leone. A partire dalla stessa data, in sua memoria, l’Opera Pia SS Trinità dell’Oratorio dei Rossi finanzia annualmente, nella stessa Università, la “cattedra di Giurisprudenza Giorgio Pavarani”.

Nelle riflessioni a compimento della sua vita, scritte nella prefazione del diario, si legge: “Davvero si sono avverati quei sogni e speranze che furono aiuto e conforto nel corso della lunga prigionia. Chi, come me, ha potuto e voluto comprendere il valore del dono dell’Amore e ne ha goduto per tutta la vita, a ragione può ritenersi un uomo super-privilegiato”. Quel dono dell’Amore ha realmente illuminato tutta la sua vita; quell’Amore che, come lui concepiva, dà senso all’esistenza ed è motore del mondo, come soleva spesso ripetere citando l’ultimo verso della Divina Commedia, quello che chiude il viaggio dantesco attraverso il Paradiso: “L’amor che move il sole e l’altre stelle”.

                                                                                                                         Eugenio Pavarani

Parma, 24 aprile 2026                                                                                           

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