Ho partecipato come relatore (in qualità di Presidente di “Ricrediti+ Antiusura e Microcredito“) ad un Convegno, con titolo “Sostenibile si può“, sul fenomeno del sovraindebitamento (qui il programma e i filmati). Il Convegno era articolato in due sessioni: nella prima erano programmate alcune relazioni finalizzate a “Comprendere il sovraindebitamento”; nella seconda sessione era prevista una tavola rotonda su come “Costruire risposte comuni”.
Nell’ambito della tavola rotonda mi era stato affidato il compito di proporre qualche mia considerazione sui temi del convegno illustrando, in particolare, la risposta che sarà fornita – al fine di contrastare il sovraindebitamento – da Ricrediti+ (Associazione di Promozione Sociale) un nuovo soggetto, di recente costituzione, che si inserisce nell’ampia rete territoriale parmigiana della finanza solidale.
Riporto alcuni messaggi chiave che “si è portato a casa” chi ha seguito il Convegno:
- i salari reali a parità di potere d’acquisto sono fermi, in Italia, da oltre 30 anni. Rispetto al 1991 sono adirittura diminuiti del 3,5% (dati OCSE). Si tratta peraltro di valori medi che nascondono casi ben più gravi di lavoro sottopagato a livelli che non consentono una vita dignitosa;
- il numero di italiani a rischio povertà o esclusione sociale ammonta a 13,3 milioni nel 2025 pari al 22,6% della popolazione (dati Eurostat di aprile 2026);
- anche con il lavoro di entrambi i genitori, molte famiglie italiane non sono in grado di affrontare eventi imprevisti (perdita del lavoro, separazione dei coniugi, emergenza sanitaria, rialzo dei tassi di interesse, ecc.) se non ricorrendo al debito;
- inoltre, sono sempre più diffuse politiche commerciali che spingono verso l’acquisto a debito rateizzato, prassi che i venditori tendono a far passare per concessioni a vantaggio dell’acquirente quando, in molti casi, la rateizzazione costituisce in realtà una doppia opportunità di guadagno per chi la propone consentendo di aggiungere al guadagno dalla vendita del bene anche un ulteriore e perfino maggiore guadagno sul prestito, (qui a titolo di esempio il caso di molte concessionarie automobilistiche);
- condizioni endemiche di analfabetismo finanziario molto spesso non consentono all’acquirente nemmeno di riconoscere che è implicita nel contratto d’acquisto la sottoscrizione di un prestito e, tanto meno, consentono di quantificare l’ammontare del debito e il suo costo; non consentono di effettuare confronti con l’alternativa dell’acquisto per contanti e nemmeno consentono di elaborare puntuali valutazioni sulla sostenibilità del servizio del debito nel quadro del bilancio familiare;
- la crescita del fenomeno del Buy Now Pay Later ha assunto la valenza di un allarmante problema sistemico ed è stata oggetto di analisi da parte della Banca d’Italia in un recente rapporto (qui) nell’ambito delle “Note di stabilità finanziaria e di vigilanza”. Nel report si evidenziano <<i rischi per il consumatore che, assai meno frenato da vincoli di liquidità e spesso neppure consapevole di contrarre un debito, potrebbe indulgere negli acquisti e accumulare un numero elevato di dilazioni di pagamento che risultano poi difficili da ripagare, determinando quindi una crescita dell’indebitamento e dei ritardi nel rimborso, anche di altri finanziamenti contratti dal consumatore. Inoltre, questo prodotto può presentare rischi connessi alla scarsa trasparenza delle condizioni contrattuali, in particolare relativamente alle penali per inadempimento della restituzione del credito. La non sistematica segnalazione alle società di informazione creditizia (SIC) private amplia anche le asimmetrie informative per gli intermediari finanziari circa il reale carico di indebitamento del potenziale cliente a cui offrire altre forme di credito. Infine, poiché la valutazione del merito di credito è semplificata, chi concede la dilazione potrebbe non avere un quadro esatto della solvibilità del debitore, finendo per erogare un finanziamento a un soggetto non in grado di adempiere successivamente ai propri impegni finanziari>>;
- di fronte ad un progressivo arretramento dello Stato nella tutela del lavoro, del salario diretto (politica dei redditi), del salario indiretto (servizi pubblici gratuiti) e del salario differito (pensioni), gli enti territoriali e gli enti del terzo settore – ma anche associazioni, imprese e ordini professionali – si fanno sempre più carico di attivare una rete sociale per la prevenzione (educazione finanziaria e sportelli di ascolto) e per la gestione del fenomeno del sovraindebitamento anche nel quadro delle norme e delle procedure finalizzate all’esdebitazione, alla prevenzione dell’usura e alla erogazione del microcredito;
- chi, come me, si avvia verso gli 80 anni ha una visuale prospettica particolare sul fenomeno del debito familiare e dei suoi eccessi e ciò per il fatto di aver vissuto, nel corso del tempo, nel contesto di due assetti economici, giuridici, politici e sociali molto diversi tra loro per tanti aspetti; due mondi cui possono essere riferiti, in modi radicalmente opposti, anche i temi del convegno. Il primo periodo corrisponde ai tre decenni successivi alla seconda guerra mondiale, periodo che molti autori definiscono il “trentennio glorioso” del nostro Paese. Il secondo periodo va dagli anni ottanta ad oggi. Alla luce di questa considerazione, ho rimarcato nel mio intervento che questo convegno non avrebbe avuto nessun senso nel primo periodo; i fenomeni evidenziati nei punti precedenti non avevano alcuna rilevanza in quel periodo. A nessuno sarebbe venuto in mente di proporlo e, se proposto, non avrebbe richiamato l’interesse di un numero così vasto di persone come quelle che hanno affollato la sala del convegno.
Quest’ultima riflessione, a convegno concluso, ha spinto ad avvicinarmi una persona che conosco, una persona istruita, un professionista impegnato anche politicamente, per rivolgermi le seguenti domande: <<hai accennato a due epoche, a due mondi contrapposti; perché ci siamo ridotti così? cosa ci ha spinti verso questo cambiamento? perché non se ne parla mai? perché non si discute delle cause?>>.
La risposta alle sue domande sta all’interno dell’immagine seguente.

E’ lo scaffale, tra i tanti della mia biblioteca, che ho destinato esclusivamente ai libri che trattano del percorso rivoluzionario effettuato dal nostro Paese transitando dallo Stato sociale allo Stato neoliberale o, per dirla in altri termini, dal progetto di società disegnato dalla Costituzione (ora ampiamente svuotato di effettività) al progetto proposto dai Trattati europei. Si tratta delle decine di libri, oltre alle centinaia di articoli che ho nella memoria del mio computer, che mi hanno consentito di elaborare una mia risposta alle domande che mi sono state rivolte. Le fonti ci sono e non è vero che “non se ne parla mai” e che “non si discute delle cause”; le fonti ci sono, ma ovviamente richiedono studi approfonditi e le risposte non sono proponibili nelle poche righe di un post.
In realtà le domande che mi sono state rivolte dovrebbero essere ribaltate contro chi le ha formulate: perché non sai dare una tua risposta? il tema che hai richiamato è della massima rilevanza per ognuno di noi ed è un peccato molto grave l’inconsapevolezza da parte di persone istruite che dovrebbro, invece, vivere con cognizione di causa le dinamiche politiche, economiche, giuridiche, sociali del nostro tempo.
Sarebbe impossibile dare risposte brevi ed esuarienti, nello spazio di un post, a domande complesse e sarebbe anche fuori quadro rispetto alle motivazioni che mi hanno indotto a scrivere in questo blog, motivazioni che ho puntualmente indicato nella pagina “IL BLOG” alla quale faccio rinvio (qui). Mi limito soltanto a fornire alcuni spunti di riflessione e ad affermare, in primo luogo, che i fenomeni evidenziati dal convegno, ben lungi da essere frutto di un destino ineluttabile, avverso e fuori controllo, sono il punto d’arrivo di una ideologia e di politiche attuate per realizzarla con l’obbiettivo di far prevalere interessi di una parte sociale a scapito di un’altra parte (1). Lo ha detto con estrema sintesi e con efficacia Warren Buffet in una intervista al New York Times: “there’s class warfare, all right, but it’s my class, the rich class, that’s making war, and we’re winning“.
Per rispondere al mio interlocutore, posso, innanzitutto, dare un’indicazione di metodo che riconduce ad una bellissima immagine di sè consegnataci da Niccolò Machiavelli nella lettera a Francesco Vettori (che riporto in parafrasi).
Quando viene la sera me ne torno a casa e vado nel mio studio; sulla soglia mi spoglio dei panni volgari che ho tenuto addosso tutto il giorno e indosso i panni degni di una curia e di un re; così vestito decentemente entro nelle vite degli uomini antichi e, ricevuto con piacere da questi, mi nutro di quel cibo che è solo per me e per il quale io sono fatto; e non mi vergogno di parlare con loro e di chiedergli il motivo delle loro azioni; e quelli, per loro cortesia, mi rispondono.
I libri, diceva Umberto Eco, sono come i farmaci. Acquistiamo farmaci e libri e li teniamo in casa a prescindere dalle necessità immediate. Anzi, alcuni non li apriamo nemmeno, ma sappiamo che ci sono; e sappiamo che potranno esserci utili in caso di bisogno. Ecco perché compriamo libri non soltanto per leggerli, ma anche soltanto per averli. Dei libri letti non ricordiamo tutto quanto l’Autore ha scritto, ma ci rimane un sedimento e quando ci poniamo domande, come Machiavelli, sappiamo dove andare a cercare le risposte interrogando gli Autori e dialogando con loro. Cultura non è immagazzinare e fare propri tutti i contenuti dei libri che leggiamo. Cultura è saper formulare le domande corrette, saper tornare ai libri che abbiamo letto, sapere quali pagine aprire per dialogare con gli Autori e saperli interrogare alla ricerca delle risposte che sono capaci di dare alle domande che ci premono.
La democrazia si nutre di cultura e di informazione corretta. Questo è il problema dei nostri tempi: siamo carenti nell’una e nell’altra; e qui sta la principale spiegazione di una deriva che ha consentito ad una élite minoritaria di dettare e imporre alla maggioranza le proprie regole che hanno svuotato la democrazia di effettività e hanno ribaltato a proprio favore il conflitto sociale. Rimane l’esercizio di una democrazia soltanto formale, non più in grado di consentire il pieno esercizio della sovranità popolare.
Concludo tornando al metodo machiavelliano. Per andare alla ricerca di risposte mirate e circoscritte sulle ragioni che spingono il mondo produttivo a sostenere i consumi attraverso il debito, la parola chiave è “conflitto distributivo”. Se dovessi fare una conferenza su questo tema saprei interrogare, in primo luogo, Massimo Pivetti, La lotteria del capitalismo e il disastro dell’Europa (qui) e Wolfgang Streeck, Tempo guadagnato (qui).
Questi due Autori – insieme a tanti altri – aiutano a comprendere che l’indebitamento delle famiglie è stato la soluzione adottata dal capitale al fine di conciliare due obbiettivi in contrasto tra loro: a) l’obbiettivo prioritario di acquisire competitività di prezzo attraverso il contenimento dei salari; b) l’obbiettivo conseguente di salvaguardare il fatturato delle imprese ovviando alla carenza di capacità d’acquisto nelle mani dei lavoratori. La non conciliabilità dei due obbiettivi è legata al fatto che il primo obbiettivo, contenendo il reddito di gran parte della popolazione, si oppone all’obbiettivo sub b).
La sostituzione di prestiti a salari tende a riportare in equilibrio i due obbiettivi. E’ l’uovo di colombo: il debito delle famiglie ha consentito di sostenere la domanda senza dover ricadere nelle due alternative già sperimentate in precedenza e aborrite dal capitale: scaricare il costo del lavoro sui prezzi alimentando l’inflazione, ovvero ricorrere alla spesa pubblica per alimentare la domanda.
Risultato: la botte piena e la moglie ubriaca. Il capitale vince tre volte: costi del lavoro contenuti, vendite assicurate e, in più, introiti da interessi che i lavoratori devono pagare sull’ammontare crescente dei loro debiti. Quanto può durare? poco, come dimostra la crisi del 2007 negli Stati Uniti che è stata innescata dall’eccesso di debito privato. La storia insegna quanto possa essere fragile un modello di sviluppo sostenuto dal debito eccessivo e dalla dubbia solvibilità dei debitori, ma intanto si è “guadagnato tempo” come ci insegna Wolfgang Streeck nel libro che ho citato.
Si può dire che, almeno nel corso del tempo guadagnato, l’obbiettivo del contenimento dei salari e l’espediente del debito abbiano funzionato? No, è stata una strategia sbagliata che, quanto meno all’interno dell’eurozona, ha finito per penalizzare l’intero sistema economico con il risultato di aumentare il divario rispetto agli Stati Uniti e alla Cina (2).
La denuncia ci viene proposta nientemeno che dalle lapidarie parole di Draghi (qui) sulla crisi economica dell’Eurozona: abbiamo deliberatamente perseguito una strategia basata sul tentativo di ridurre i costi salariali l’uno rispetto all’altro, in aggiunta a una politica fiscale prociclica, con l’unico risultato di indebolire la nostra stessa domanda interna e minare il nostro modello sociale. Non è la competitività a essere viziata come concetto. È l’Europa che si è concentrata sulle cose sbagliate”.
Draghi denuncia la politica di compressione dei salari nell’UE (in Italia ne sappiamo qualcosa) e dichiara che è stata il frutto di una deliberata strategia. Omette però di dire due cose 1) a chi va attribuita la responsabilità (abbiamo chi? chi ha deliberato la strategia?) 2) e omette di dire che la deflazione salariale e il controllo sul conflitto distributivo tra capitale e lavoro, prodotti dalle politiche di austerità, sono il risultato noto (fin dagli anni ’60) e voluto da chi ha ritenuto di implementare l’architettura dell’euro e il regime di cambi fissi all’interno dell’UE proprio con l’obbiettivo di disciplinare il lavoro.
Ce lo aveva detto la stessa Commissione Europea nel Rapporto annuale su Occupazione e Sviluppo Sociale (21 gennaio 2014): “venuta meno la possibilità di svalutare la moneta, i paesi della zona euro che tentano di recuperare competitività sul versante dei costi devono ricorrere alla svalutazione interna (contenimento di prezzi e salari). Questa politica presenta però limiti e risvolti negativi, non da ultimo in termini di aumento della disoccupazione e del disagio sociale“.
Insomma, il contenimento dei salari, la disoccupazione, il disagio sociale sono, per la Commissione, un semplice risvolto negativo. E che sarà mai!
Ecco la differenza tra i due mondi che ho richiamato. Il principio lavoristico posto dalla Costituzione a fondamento della Repubblica (art.1) e l’obbligo di renderlo effettivo imposto al parlamento e al governo (art.3) sono, ora, derubricati a semplici risvolti negativi necessitati nel contesto del nuovo modello di società neoliberale imposto dai Trattati europei. Ma, quel che è peggio, sta nel fatto che non si tratta di semplici risvolti, o di effetti collaterali, si tratta di obbiettivi voluti, perseguiti e determinati. E’ semplicemente il risultato di un’ideologia, fallita alla prova dei fatti, che si è proposta di sostituire la giustizia sociale regolata dall’intervento statale con una presunta giustizia del mercato regolata dalla concorrenza.
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(1) Lo dice molto bene Gabriele Guzzi (qui): <<In Italia, c’è una vera e propria emergenza lavoro. Da 30 anni, abbiamo assistito a una riduzione impressionante dei diritti e una stagnazione catastrofica dei salari. Ma non è stato un errore. È la conseguenza diretta di scelte politiche precise e identificabili. Il neoliberismo, che in Europa si chiama Unione Europea, ha schiacciato la forza contrattuale dei lavoratori.
Dato che il capitalismo privato in Italia si è dimostrato molto più pigro di quello pubblico, che però abbiamo smantellato proprio per entrare nell’UE, la dinamica degli investimenti e della ricerca è stata depressa: la produttività del lavoro praticamente non è cresciuta. L’austerità ha ulteriormente indebolito questa dinamica, facendo gravare i recuperi di competitività non sul tasso di cambio, che abbiamo perso entrando nell’euro, non sull’aumento della produttività, schiacciata da poca innovazione e scarsa domanda aggregata, ma sulla riduzione dei salari.
La stagnazione dei redditi non è cioè un errore. È la conseguenza diretta del combinato disposto dell’adesione all’Unione Europea e dell’avidità del grande capitale italiano, a cui sono state consegnate le chiavi dell’industria.
Negli ultimi tre decenni, i salari reali italiani sono diminuiti del 3,5 per cento, mentre in Francia e in Germania sono cresciuti del 30 per cento, negli usa del 47 per cento e nel Regno Unito del 45 per cento.
Pacchetto Treu, riforma Biagi, legge Fornero, Jobs Act: dal 1997 al 2018, abbiamo introdotto “riforme strutturali” per ridurre le protezioni sul lavoro e trasformarlo così in una merce scambiabile al minor prezzo possibile. Assumere a tempo determinato è divenuto più facile, le tipologie di contratto si sono moltiplicate, la precarietà è diventata la normalità piuttosto che l’eccezione. In questi trent’anni la percentuale di contratti a termine in Italia è passata dal 6 al 17 per cento, superando di molto la media dei paesi OCSE.
Questo processo di precarizzazione ha avuto effetti dirompenti sull’economia italiana creando un incentivo per gli imprenditori a investire in settori a intensità di lavoro poco specializzato, puntando cioè le loro strategie su bassi salari, piuttosto che nei settori a intensità di capitale, che richiedono invece ingenti investimenti in tecnologia e formazione del personale.
L’intera UE si è trasformata così in un’economia in via di sviluppo che, invece di puntare sul mercato interno e sui settori ad alto valore aggiunto, ha basato il suo modello di crescita sulle esportazioni, sui bassi salari e sui settori tradizionali dell’industria del xx secolo. Ciò ci rende estremamente vulnerabili sulle nuove tecnologie, l’energia e l’IA, proprio rispetto alla Cina e agli USA, le potenze verso cui l’UE ci avrebbe dovuto “proteggere”>>.
(2) <<Ridurre il costo del lavoro per rilanciare occupazione, investimenti e crescita economica. Questo è il mantra che ascoltiamo da decenni nonché concetto-pilastro delle politiche neoliberiste che hanno caratterizzato generalmente tutte le riforme del lavoro avvenute nei paesi occidentali. Questa congettura trova la sua base nelle teorie marginaliste e neoclassiche e si riflette tutt’oggi nei programmi di governo, nei documenti strategici e nelle raccomandazioni dei più autorevoli organismi internazionali.
Al contrario, molti autori eterodossi, osservando il fenomeno da diverse prospettive, sostengono che la riduzione del costo e la flessibilizzazione del mercato del lavoro consentono agli imprenditori di utilizzare lavoratori più economici, scoraggiando così gli investimenti in innovazione, macchinari e miglioramenti organizzativi, portando in ultima analisi a un calo della produttività e a un sistema produttivo meno dinamico e innovativo>> (qui).