
Il 13 giugno scorso ho partecipato insieme a Nino Galloni ad un incontro organizzato da Pro Italia e dalla sezione di Parma dell’associazione La Fionda.

Mi è stato chiesto di introdurre la relazione del nostro ospite. Con Galloni abbiamo concordato di dividerci i compiti: io ho proposto qualche considerazione sulla prima parte del titolo “L’Italia è stata svenduta”; Galloni ha indicato cosa bisognerebbe fare per riprenderci le chiavi di casa nostra e per promuovere la rinascita dell’Italia.
Riporto di seguito una ricostruzione delle mie considerazioni introduttive tratte dal video dell’incontro che fu trasmesso in diretta sulla pagina Facebook di Pro Italia e che, ora, purtroppo non è più disponibile.
L’ITALIA E’ STATA SVENDUTA
Mi è stato affidato il compito di proporre una breve introduzione alla relazione di Nino Galloni. Il tema che mi è stato chiesto di trattare “L’Italia è stata svenduta”, come vedete, non è seguito da un punto interrogativo, come invece credo che sarebbe stato opportuno indicare nella seconda parte del titolo del nostro incontro. Parto quindi da un punto fermo. Se qualcuno ha ancora dei dubbi dopo oltre trent’anni da Maastricht, allora devo dire che il problema sta dentro di lui ancor prima che nei mutamenti degli assetti politici, economici e sociali che si sono sviluppati in Italia a seguito e per effetto della sottoscrizione del Trattato nel 1992. Il titolo della mia relazione non lascia spazio ai dubbi, è una sentenza; una sentenza di condanna nei confronti dei responsabili della svendita.
Adesso però la sentenza la dobbiamo motivare. Anche per questo abbiamo invitato Nino Galloni; perché? perché lui la svendita, le varie fasi della svendita, le ha vissute in prima persona e in prima linea. Nella sua posizione di Direttore Generale del Ministero del Bilancio, Nino Galloni è stato tra i pochi personaggi di vertice che hanno cercato di opporsi alla svendita. Contro di lui e contro la sua posizione critica si mossero i poteri forti; si mosse persino il cancelliere Koll. A questo proposito, mi sono appuntato una dichiarazione di Galloni a commento di una telefonata di Koll a Guido Carli. Riferendosi a quella telefonata, Nino ha dichiarato: “in quel momento ho capito che l’Italia era stata condannata definitivamente”. Ci dirà poi del contenuto di quella telefonata e ci dirà quando è avvenuta la svendita, come è avvenuta, chi ne ha la responsabilità, ci dirà se qualcuno si è opposto alla svendita; ci dirà se c’erano alternative possibili; ci dirà anche se ritiene che, in futuro, potremo ricomprarcela l’Italia che abbiamo svenduto.
Anzitutto, cosa vuol dire che l’Italia è stata svenduta? io la vedo così: vuol dire che abbiamo fatto uno scambio che per noi italiani non è stato conveniente. Abbiamo dato molto in cambio di una contropartita che, al confronto di quanto abbiamo dato, si è rivelata di poco valore; è stato uno scambio in perdita.
Qual è stato l’oggetto dello scambio? abbiamo scambiato un modello di società, quello prefigurato dalla nostra Costituzione, e abbiamo rinunciato a realizzare compiutamente quel modello, l’abbiamo fortemente de-potenziato, in cambio di che cosa? In cambio ci siamo impegnati ad acquisire un altro modello di società, quello prefigurato dai Trattati europei. Molti non hanno capito che l’Unione Europea non ha soltanto una dimensione economica e monetaria ma è anche un potente strumento per l’affermazione di un’ideologia; un’ideologia che sta profondamente modificando la costituzione materiale del nostro Paese e ha fortemente penalizzato la nostra economia.
Insomma, l’Unione Europea, prima ancora di essere un progetto che riguarda l’economia e la moneta, è un progetto politico. Progetto politico vuol dire che il progetto di unione si propone di instaurare un ordine degli assetti sociali, un ordine che privilegia interessi di parte a discapito di altri interessi. In primo luogo, gli interessi del capitale contro gli interessi del lavoro. Un progetto che ha ribaltato la lotta di classe, ne ha invertito la direzione; adesso la lotta di classe funziona dall’alto verso il basso. Un ordine sociale che rende effettiva l’ideologia neoliberale. Stiamo dando applicazione concreta ad un’ideologia che si propone di sub-ordinare il ruolo dello Stato rispetto al mercato e alla concorrenza. Lo Stato ha il compito di far funzionare il mercato ed è soggetto al controllo del mercato.
Impresa, mercato, concorrenza. Se andate a cercare queste tre parole nel testo della nostra Costituzione fate fatica a trovarle: il mercato non è mai menzionato; l’impresa compare per la prima volta soltanto nell’articolo 43; la parola concorrenza è stata inserita nell’articolo 117 con la riforma del Titolo quinto attuata nel 2001. Queste parole sono invece le parole chiave della Costituzione economica materiale dell’Unione Europea: mercato, concorrenza, competitività. Non hanno invece adeguato rilievo le parole solidarietà e cooperazione che sono il cemento della coesione sociale. Sono due mondi completamente diversi e non compatibili. Per averne uno devi smontare l’altro. Ed è questo quel che è avvenuto. Se guardiamo alla costituzione materiale del nostro paese questa è sempre meno lo specchio della nostra Costituzione e, invece, riflette sempre più l’ideologia sulla quale sono stati implementati i Trattati.
Quindi abbiamo rinunciato ad un modello di società; in cambio di che cosa? In cambio, abbiamo partecipato ad un progetto di “unione sempre più stretta” con alcuni altri Paesi. Unione sempre più stretta: è questo il modo in cui l’UE indica l’obbiettivo cui mira. Ever closer union; tutto qui. Non c’è nessuna altra indicazione ufficiale. Cosa voglia dire concretamente, e quale sia la meta finale non è mai stato scritto nei documenti ufficiali dell’UE. Sappiamo che siamo lungo un percorso, sappiamo molto vagamente che è un percorso di unione sempre più stretta; conosciamo la direzione, ma non conosciamo il programma di viaggio, le tappe intermedie e, soprattutto, non conosciamo la meta finale del viaggio. E’ un processo costantemente in fieri, ma non abbiamo una conoscenza ex ante del programma di viaggio; prendiamo atto ex post di passi avanti ma rileviamo anche passi indietro legati, questi ultimi, alla caduta di dogmi in presenza di mutamenti ambientali imprevisti, a fronte dei quali l’UE si scopre non attrezzata per gestirli. Sappiamo soltanto che l’UE vuole essere più di un semplice accordo inter-governativo, ma vuole essere molto meno di uno Stato federale. Quest’ultimo assetto istituzionale non solo non è previsto dai Trattati ma, di più, è incompatibile con le norme vigenti. I Trattati dovrebbero essere abrogati e dovrebbero essere ri-scritti qualora si volesse realmente costituire una Federazione cosa che, in realtà, nessuno vuole e che appartiene, infatti, alla dimensione del sogno.
Allora che cosa è l’UE? Ho trovato molto convincente l’immagine dell’Eurozona che è stata proposta da Lucio Caracciolo e da Diego Fabbri su Limes. Hanno rappresentato l’Eurozona come un’arena nella quale si svolge un gioco che si chiama economia sociale di mercato fortemente competitiva (art.3 del TUE). Non sono parole in libertà. Sono parole che sottendono un ben definito progetto di ordine sociale di matrice ordoliberale. Sono parole di Muller Armak, uno degli autori che negli anni 30 scrivevano sulla rivista Ordo dell’Università di Friburgo, culla del neoliberalismo europeo.
Tornando all’immagine di Limes, l’eurozona è un campo di gioco all’interno del quale si giocano diverse partite: partite tra Paesi membri e partite tra classi sociali, tra capitale e lavoro. Partite dalle quali si esce vincitori o si esce perdenti. Noi ne siamo usciti pesantemente sconfitti; ma, mediamente, ne esce sconfitta l’intera UE. Ce lo stanno dicendo in queste settimane le relazioni di Letta e di Draghi, incaricati dal Consiglio e dalla Commissione; incaricati di spiegarci cosa si può fare per porre rimedio al fallimento dell’Unione Europea.
Adesso, dopo 25 anni di euro, noi italiani stiamo imparando come si deve giocare; abbiamo imparato a fare la svalutazione interna, abbiamo imparato a frenare la domanda interna con politiche pro-cicliche cioè a tirare il freno anche quando le cose andavano male, abbiamo imparato a contenere il costo del lavoro indebolendo la forza contrattuale dei lavoratori e l’OCSE ci dice che siamo diventati campioni del mondo nel contenimento dei salari e idati del Pil pro capite ci dicono che stiamo vivendo un declino mai visto nella storia del nostra Paese.
Adesso però siamo competitivi, siamo in grado di esportare più di quanto importiamo; abbiamo una posizione finanziaria netta verso l’estero positiva; stiamo crescendo qualche decimo di punto più degli altri paesi dell’eurozona. Abbiamo quindi applicato con successo il modello di sviluppo che ci ha imposto l’UE, abbiamo replicato il modello economico mercantilista tedesco basato sulle esportazioni e sul contenimento della domanda interna. E adesso cosa accade? Accade che invece di dirci che siamo stati bravi nell’applicazione dei canoni europei, ci dicono che quanto ci è stato chiesto di fare era tutto sbagliato.
Queste parole pronunciate da Draghi il 16 aprile 2024, parole che voglio leggervi integralmente, passeranno alla storia allo stesso modo del whatever it takes. Costituiscono la confessione del fallimento di quella che è stata la contropartita della svendita dell’Italia. La confessione da parte di chi ha concorso a portarci a questo fallimento.
“Abbiamo deliberatamente perseguito una strategia basata sul tentativo di ridurre i costi salariali l’uno rispetto all’altro, in aggiunta a una politica fiscale prociclica, con l’unico risultato di indebolire la nostra stessa domanda interna e minare il nostro modello sociale. Non è la competitività a essere viziata come concetto. È l’Europa che si è concentrata sulle cose sbagliate”. (qui il testo del discorso tradotto in italiano)