“LA LOGICA INTERNA DELLE TENDENZE IN ATTO”

Il titolo di questo post è ripreso da una riflessione di Massimo Cacciari: “Si fatica a comprendere la nuova situazione culturale e politica in cui viviamo … La funzione del lavoro intellettuale, se mai ve n’è una, non consiste nel fotografare lo stato delle cose, tanto meno nel farne apologia o nel deprecarlo; essa consiste nell’individuare la logica interna delle tendenze in atto e a che cosa queste possano condurre. Spesso tale logica viene oscurata o mistificata da ragioni contingenti di convenienza politica, altrettanto spesso si evita di fare i conti con essa e viene ignorata. Il lavoro critico, senza alcuna presunzione anticipatrice, con sobrietà e freddezza, è chiamato a metterla in luce e a responsabilizzare nei suoi confronti”. (La Stampa, 07.10.2021)

E’ molto difficile e faticoso comprendere in presa diretta la situazione politica, sociale, economica e culturale in cui si vive. Ne dà un’autorevole testimonianza Hans Magnus Enzesberger: “Ai tempi del fascismo non sapevamo di vivere ai tempi del fascismo”.

E ai tempi di oggi? Sappiamo in quali tempi viviamo? Sappiamo “individuare la logica interna delle tendenze in atto e a che cosa queste possano condurre”? Oppure “tale logica – come indica Cacciari – è oscurata da ragioni contingenti di convenienza politica e si evita di fare i conti con essa e viene ignorata”?

Nel corso di alcuni seminari ho invitato le persone che mi ascoltavano a porsi queste domande. Ho posto il problema in questo modo: avete davanti a voi il libro di storia del secondo dopoguerra che sarà scritto nel 2050; scorrete l’indice. Il capitolo sui primi tre decenni avrà probabilmente un titolo che è già diffusamente condiviso in letteratura: “I trenta anni gloriosi dello Stato sociale”. Quali titoli avranno i due periodi successivi? quello che termina con la crisi dei subprime e quello contemporaneo. Proviamo a mettere in luce le tendenze in atto che potrebbero dare i titoli ai due periodi.

L’esperienza maturata in quei seminari mi ha fatto capire che si tratta di un esercizio molto difficile. Poche persone hanno svolto il faticoso lavoro intellettuale che porta a maturare utili chiavi di lettura. Molti manifestano insoddisfazione e malcontento, ma pochissimi ne sanno declinare origini, cause, strumenti, effetti, possibili rimedi. Non c’è nemmeno una consapevolezza piena e diffusa dei mutamenti in atto che hanno ridisegnato l’ordine economico e sociale, così come non c’è un’adeguata conoscenza delle ideologie che li hanno guidati, degli interessi che sono stati privilegiati e di quelli che sono risultati soccombenti, degli strumenti che hanno supportato i processi evolutivi.

I media e il mondo della politica dominante non aiutano. Non dichiarano. Non esplicitano gli obbiettivi di fondo per i quali stanno concretamente lavorando, ammesso che ne abbiano anch’essi piena coscienza e non siano soltanto inconsapevoli portatori d’acqua. Non ci parlano del modello di società che stanno contribuendo a costruire e tanto meno lo mettono a confronto con il patto sociale progettato e prefigurato dalla nostra Costituzione. Anzi, stendono un velo. E alimentano un messaggio di fondo sull’inutilità di porsi domande perché è evidente, si sostiene, che stiamo procedendo verso un mondo che forse non è ottimale, ma certamente è il migliore tra i mondi possibili e comunque non ci sono alternative. “There Is No Alternative” (T.I.N.A.) era lo slogan spesso ripetuto da Margaret Thatcher: la società costruita sull’economia di mercato è la sola che può funzionare, con tutti i suoi pregi e con tutti i suoi difetti. La sola. Il dibattito è chiuso, non ci sono alternative.

Mi piacciono molto e le cito spesso queste parole di Carlo Galli: ”Con la teologia politica si può scoprire la grande decisione originaria che c’è dietro ogni potere, che di solito le stesse forme del potere cancellano perché non la vogliono esibire; in cinque anni di parlamento non ho mai sentito la parola neoliberismo”. Pensiamoci. Quante volte abbiamo sentito la parola ordoliberalismo? quante volte abbiamo sentito qualche esponente dell’establishment affermare di essere ordoliberale?

Per i capitoli del libro di storia propongo questi due titoli. Per il secondo periodo: “La restaurazione del liberalismo: l’avanzata dell’ordoliberalismo tedesco e dell’economia sociale di mercato”. Per il periodo successivo: “La crisi del neoliberalismo e dei suoi dogmi”. Coloro che non hanno ancora acquisito chiavi di lettura utili a rispondere alla mia domanda (“e ai tempi di oggi sappiamo che tempi viviamo?”) sono portati a ritenere che si tratti di capitoli ancora da scrivere. Pensano che il libro in questione contenga molte pagine ancora bianche. I politici, la televisione, i giornali non ci parlano dei contenuti di quei capitoli. Eppure si tratta di ideologie che hanno cambiato la nostra vita e, senza conoscerne i principi e i dogmi, non si possono capire le dinamiche socio-politiche ed economiche in atto e l’evoluzione del contesto istituzionale progressivamente maturati negli ultimi quattro decenni. 

Basti pensare che “l’intero quadro istituzionale di Maastricht riflette i principi centrali dell’ordoliberalismo e dell’economia sociale di mercato” (Jens Weidman, Presidente della Bundesbank, Conferenza all’istituto Walter Eucken, Fribourg en Brisgau, 11.02.2013). Ci sono evidenze inconfutabili che l’ideologia ordoliberale sta alla base dell’intero sistema dell’Unione Europea e dà forma e sostanza al suo funzionamento e alle logiche che la caratterizzano. Lo stesso Mario Draghi nel 2013, in occasione del saluto a Stanley Fischer per la fine del suo mandato da governatore della banca centrale israeliana, afferma nel suo discorso che “la costituzione monetaria della Bce è fermamente radicata nei principi dell’ordoliberalismo”.

In realtà non ci sono pagine bianche, è già tutto scritto e detto. Non c’è bisogno di aspettare il libro del 2050. Per acquisire consapevolezza è perciò necessario leggere, studiare, ascoltare voci critiche aperte al dubbio. C’è una letteratura sterminata e altamente qualificata che denuncia i guasti prodotti dall’ideologia dominante e ne evidenzia la pervasività che, a partire dall’economia, l’ha portata ad estendersi ad ogni settore della vita sociale. Ne mette in risalto il progressivo svuotamento della politica e della democrazia, l’ampliamento delle disuguaglianze, il progressivo predominio del capitale nei confronti del lavoro nel conflitto distributivo, il nesso tra logica del profitto e dissesto ambientale. Credo che la denuncia sociale più autorevole dei guasti provocati dall’ideologia neoliberale sia contenuta negli scritti di Papa Francesco – consiglio in particolare la lettura dell’Enciclica Fratelli Tutti – che, insieme al suo magistero, esprime anche quello che ritengo sia il pensiero politico più avanzato oggi in Italia. Persino Romano Prodi, nella sua autobiografia presentata nei giorni scorsi, dichiara che “il riformismo deve trovare un’identità nuova dopo 35 anni di un liberismo che ha devastato i diritti sociali”.  

Il potere si guarda bene dal confutare le voci critiche. Teme il confronto dialettico. Preferisce ignorarle e, se proprio deve esprimersi, lo fa ricorrendo alla delegittimazione confinando il dissenso nel recinto dei no-qualcosa (no-global, no-euro) o degli -ismi (populismi, sovranismi). Più elegante, il Presidente Sergio Mattarella ci parla deigelidi antipatizzanticui si rivolge ammonendoli: “si diano pace i gelidi antipatizzanti, non si può tornare indietro”. In realtà, non si vuole tornare indietro; si vuole andare avanti, ma per un’altra strada.

L’ideologia dominante, l’ideologia che dà il titolo ad alcuni decenni di storia non viene esibita dal potere, addirittura è molto raro che sia chiamata in causa con il suo proprio nome, come sono rare le dichiarazioni di adesione da parte di politici e di opinion maker. L’ordoliberalismo si fa, ma non si dice. Si fa, senza dichiararlo, in modo strisciante, lentamente, secondo il principio della rana bollita di Noam Chomsky, principio di cui Giuliano Amato ci offre una autorevole testimonianza. Amato, uno dei pochi esponenti politici ad avere pubblicamente dichiarato la propria adesione al pensiero ordoliberale, rispose in questo modo all’intervistatrice (Barbara Spinelli) che auspicava un’accelerazione del progetto europeo: “Non penso che sia una buona idea rimpiazzare, con grandi balzi istituzionali, questo metodo lento ed efficace – che solleva gli Stati nazionali dall’ansia, mentre vengono privati del potere – … perciò preferisco andare lentamente, frantumando i pezzi di sovranità poco a poco, evitando brusche transizioni dal potere nazionale a quello federale. Questo è il modo in cui ritengo che dovremo costruire le politiche comuni europee” (La Stampa, 13.07.2000). Insomma, se vuoi cuocere una rana non immergerla direttamente nell’acqua bollente. Ne schizzerebbe fuori in un attimo. Se, invece, la metti nell’acqua fredda apprezzerà l’intiepidirsi e cuocerà felice, lentamente, senza accorgersene.

Perché questo modo di procedere lento e silenzioso? Lo dice chiaramente Mario Monti in una intervista al Sole 24 Ore (22.08.2008): “Quando promuovevo in Italia l’economia sociale di mercato negli anni ‘80 e mi chiedevo perché L. Erhard avesse avuto successo in Germania con gli stessi principi che Einaudi non era riuscito a far prevalere in Italia, andare verso l’economia sociale di mercato era per l’Italia una sfida. Quel modello di stampo tedesco stava diventando – con il Trattato di Roma e poi con quello di Maastricht, allora in fase di concepimento – la costituzione economica europea. Includeva aspetti antitetici al pensiero e alla prassi dell’Italia di allora”. Senza mezzi termini, e senza reticenza, lo ribadisce Luciano Capone – non certo un gelido antipatizzante – sul Foglio del 25 settembre scorso: “oggi sono Maastricht, l’euro e i Trattati europei a definire la nuova Costituzione economica italiana”.

La nuova Costituzione economica italiana! Si trattava, e si tratta ancora, di svuotare di effettività i principi fondamentali della nostra Costituzione per sostituirli con un pensiero antitetico, proprio di un’ideologia che non appartiene alla nostra storia e alla nostra civiltà. Si può dichiararlo apertamente? Si può dare piena trasparenza e visibilità? O – come osserva Cacciari – ragioni di convenienza politica inducono a oscurare o mistificare la logica delle tendenze in atto, in modo che sia il più possibile ignorata e si eviti di fare i conti con principi e dogmi che, si noti bene, già il dibattito in seno all’Assemblea Costituente aveva respinto ad opera della schiacciante maggioranza dei Costituenti.

Luciano Barra Caracciolo nel suo libro “La Costituzione nella palude” (pag. 96 e seg.) ricostruisce, dai verbali dell’Assemblea, il tentativo soprattutto ad opera di Einaudi di introdurre principi ordoliberali nel testo costituzionale. “Tuttavia – scrive Barra Caracciolo – quest’ultimo testo è invece frutto di dottrine economiche diverse ma convergenti sul punto: ritenevano definitivamente archiviato lo stesso neo-liberismo, l’edificio teorico della scienza  creata dall’Ottocento – come lo definì il Presidente Ruini – dunque niente affatto nuovo come si tenta di affermare oggi in contrapposizione alla presunta vecchia Costituzione; cioè i Costituenti che prevalsero ampiamente la consideravano una dottrina rivelatasi superata e fallimentare”.  

Adesso l’obbiettivo è stato raggiunto? No, l’Italia non è ancora pienamente e definitivamente un paese ordoliberale. C’è ancora molto lavoro da fare. Lo stesso Mario Monti intervistato da Fubini (Corriere della Sera del 27 settembre scorso) ci dice che il cammino è ancora lungo e dovrà essere guidato dalla riscoperta e dalla piena attuazione dei principi originari e fondativi dell’ordoliberalismo: “… abbiamo bisogno – dice Monti – di un ordoliberalismo un po’ dall’odore di naftalina, un po’ antico”.  

                                                                                                                     

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