1. CONSIDERAZIONI INTRODUTTIVE

Maastricht ela faustiana pretesa

Ho iniziato a scrivere questa sezione del blog, un percorso, il 7 febbraio 2022. La data non è casuale: è il giorno del trentesimo anniversario di un evento che progressivamente, nel corso di tre decenni, ha profondamento cambiato gli assetti economici e sociali del nostro vivere quotidiano. Un evento che, di fatto, ha determinato un nuovo patto sociale largamente distante da quello consacrato nella nostra Costituzione e ha gradualmente minato la capacità di quest’ultima di dare concreta attuazione ai suoi principi fondamentali ampliando, lentamente e progressivamente, il divario tra Costituzione formale e Costituzione materiale.  

Il 7 febbraio 1992 – esattamente trenta anni fa – i rappresentanti di 12 paesi firmarono il Trattato di Maastricht, ufficialmente denominato Trattato sull’Unione europea (nel seguito TUE). Il Trattato ha costituito l’Unione europea (nel seguito UE) e, all’interno di questa, l’Unione monetaria europea (nel seguito UME). Quest’ultima divenne operativa per il grande pubblico venti anni fa nel gennaio del 2002 – un altro anniversario – con l’avvio della circolazione dell’euro nella forma di monete metalliche e di banconote dopo che, nel 1996, furono definitivamente stabiliti i cambi delle singole monete nazionali nei confronti dell’ECU, divenuto poi euro, e dopo che, nel 1999, quest’ultimo aveva fatto il proprio debutto seppure limitatamente alla forma di moneta scritturale, moneta che circola attraverso scritture contabili bancarie.

Attualmente appartengono all’UE 27 paesi e all’interno di essa circolano 9 diverse monete. L’UME è infatti limitata a 19 paesi dal momento che 8 paesi membri dell’UE si sono avvalsi della facoltà di non adottare l’euro e hanno conservato le proprie monete nazionali e la propria sovranità monetaria. Ciò significa che all’interno dell’UE circolano 9 monete emesse da 9 banche centrali. Questo è bene ricordarlo non solo per smentire la diffusa e speciosa tendenza a definire l’euro come “la moneta unica” dell’Unione europea ma, soprattutto, per evidenziare che il primo effetto del Trattato di Maastricht, enfaticamente prospettato come motore di unione più stretta e di convergenza economica, ha comportato una netta spaccatura all’interno dell’UE, tra paesi-euro e paesi non-euro, proprio in riferimento a quello che viene presentato come un passo epocale nel processo di integrazione.

Rimarco questa prima conseguenza dell’adozione dell’euro per mero spirito di puntualizzazione ben sapendo, come cercherò di argomentare lungo il percorso, che altre e ben più rilevanti disfunzioni sono da imputarsi all’esperimento di una moneta senza Stato, caso unico nella storia, e all’adozione di un assetto istituzionale fortemente ispirato all’ideologia liberista nonché all’adozione di una visione dell’economia di stretta osservanza neoclassica in contrapposizione alla teoria Keynesiana sulla quale, in Italia, fu conformato il modello dello stato sociale nei primi trenta anni del secondo dopoguerra.

E’ anche opportuno sottolineare la distinzione tra Unione europea e Unione monetaria europea. La prima avrebbe potuto continuare la sua esistenza anche in mancanza della seconda. Avremmo potuto continuare ad avere una unione economica all’interno della quale persone, capitali, merci e servizi circolano liberamente anche in assenza di una moneta condivisa. Questa scelta, non necessaria, fu intesa come strumento di accelerazione del processo di integrazione e come condizione di una più accentuata convergenza tra le economie degli stati membri e fu adottata nonostante molti qualificati economisti avessero formulato indicazioni contrarie sintetizzabili nella nota espressione “mettere il carro davanti ai buoi”. Come da essi previsto, questa scelta che avrebbe dovuto seguire, e non precedere, la costituzione di un ordinamento statuale, ha generato i problemi strutturali e congiunturali che saranno argomentati in questa sezione del blog.

Per una testimonianza di quanto affermato, che ha particolare valore per la fonte da cui proviene – Giuliano Amato – uno dei principali attori protagonisti dell’adesione italiana al progetto della moneta comune, suggerisco di ascoltare preliminarmente in questa sintesi le sue inattese e sorprendenti dichiarazioni. Amato, incredibilmente, afferma che l’Unione Europea, con la moneta comune, ha creato un sistema disfunzionale e lo ha fatto nonostante le indicazioni contrarie di molti economisti ed, ora, anche lui deve ammettere che le analisi critiche erano fondate e i fatti lo dimostrano: “… “era davvero difficile che funzionasse e ne abbiamo visto tutti i problemi” .

Il video è uno stralcio della lezione di Amato tenuta il 6 maggio 2012 nel programma RAI “Lezioni dalla crisi. Il video dell’intera puntata è disponibile qui. Dalla parte iniziale della lezione, non compresa nella sintesi sopra riportata, richiamo queste significative parole: […] noi abbiamo fatto una moneta senza Stato. Noi abbiamo avuto la faustiana pretesa di riuscire a gestire una moneta, senza metterla sotto l’ombrello di un potere caratterizzato da quei mezzi e da quei modi che sono propri dello Stato e che avevano sempre fatto ritenere che fossero le ragioni della forza e della credibilità che ciascuna moneta ha.

Definito, con gli anniversari richiamati, il punto di partenza del “percorso” si tratta ora di indicarne la direzione e lo scopo. In coerenza con la logica che anima il blog, il progetto di viaggio si propone di attraversare i luoghi fondativi dell’architettura e del governo dell’UE guardando con occhio critico alla realtà per come viene rappresentata e per come ci appare, avendo il dubbio come criterio guida e proponendo il riferimento ad un vastissimo numero di contributi proposti da autori non appiattiti sulla rappresentazione mainstream.

Un atteggiamento critico è soprattutto necessario di fronte alla narrazione che viene proposta da chi, per ragioni diverse, si è fatto paladino del nuovo patto sociale e si è schierato dal lato delle forze economiche, politiche e sociali che lo hanno ideato e che hanno lavorato, e lavorano tuttora, per la sua concreta attuazione. Come sempre accade, infatti, i sistemi di potere, quando parlano di sè, tendono a proporre narrazioni celebrative e rassicuranti che sfociano, talora, nella vera e propria propaganda e nella creazione di miti finalizzati a plasmare opinioni, a consolidare convincimenti e ad alimentare consenso sociale. Ho proposto qualche idea sulle narrazioni proposte dal potere in due post ai quali faccio rinvio per non ripetermi: “Quelle favole fra Italia e Germania” (10.04.2020) e “Mitologia europea e agiografia di Mario Draghi” (14.07.2021).

Con riferimento alla metafora rappresentativa dell’identità del blog, la macchina di Erone, si tratta di effettuare un percorso di scavo alla ricerca di quanto si nasconde sotto il pavimento del tempio di Serapide al fine di mettere in evidenza l’azione delle tante macchine di Erone che si celano sotto il funzionamento dell’UME e della sua moneta.

Qualche preliminare precisazione è utile per formulare alcune prime domande cui cercherò di rispondere lungo il percorso.

L’europeista convinto e l’europeo 

La prima precisazione si propone di rispondere all’accusa di anti-europeismo che viene immediatamente e apoditticamente rivolta a chiunque manifesti il dubbio nei confronti dell’euro-sistema ancorché semplicemente mosso dall’intento di intus legere attraverso le lenti del pensiero critico. In questi termini, a ben vedere, l’aprioristica accusa di anti-europeismo è in realtà un insulto all’uso dell’intelligenza e alla volontà di approfondire la conoscenza andando oltre “il sentito dire” che, al contrario, è molto spesso il livello di conoscenza dell’europeista convinto.

Chi respinge a priori un approccio critico sul progetto dell’euro-sistema, e rifiuta perfino il dubbio, molto spesso non si limita a definirsi europeista; sente il bisogno di aggiungere l’aggettivo “convinto”: <<sono un europeista convinto>>. Perché non basta dire europeista? Perché sentono la necessità di aggiungere un rafforzativo? Perché hanno bisogno di comunicare – forse prima di tutto a se stessi – che sono ben saldi in questa idea e ci credono fermamente? Forse perché ne fanno una questione di fede che sta al di sopra del dubbio, della razionalità, della conoscenza dei fatti? Per gli europeisti convinti Unione europea e euro sono valori positivi in sé, sono dogmi. Infatti molti aggiungono: non “credo” che l’euro stia dalla parte dei problemi; “credo” che stia dalla parte delle soluzioni dei tanti problemi del nostro paese. Ecco, appunto, credono“, hanno fede, pongono il problema in una dimensione che sovrasta la ragione e chiude la strada ad ogni discussione.

Non mi piacciono le espressioni “europeista” e “anti-europeista”. Io sono “europeo”, partecipe nel mio piccolo della storia, della cultura e della civiltà europea e proprio per questo motivo, per il tradimento che è stato perpetrato nei confronti di questi valori, esprimo riserve profonde in merito all’ideologia neoliberista che ha informato i Trattati. Rifiuto di prestare fedeltà al nuovo patto sociale surrettiziamente introdotto, sotto traccia, lungo il percorso di integrazione. Denuncio le modalità con le quali quest’ultimo ha plasmato gli assetti sociali ed economici ispirati dall’ideologia neoliberista e vivo con profondo malessere le conseguenze che sono riscontrabili nella nostra vita quotidiana.

Chi ritiene che l’UME si inscriva in un processo di promozione e di valorizzazione di quanto si sostanzia nell’essere europei o non conosce i principi fondativi del neoliberismo e dell’ordoliberismo tedesco che caratterizzano l’ordinamento dell’UE oppure mente sapendo di mentire a difesa dei vantaggi, di parte, dei quali beneficia in via diretta o indiretta.

L’UE e l’UME non sono l’Europa. Certamente non la sono se mettiamo a raffronto i principi fondativi dei nostri ordinamenti giuridici, della nostra cultura e della nostra civiltà con i principi che hanno dato forma e sostanza ai Trattati, ma non la sono nemmeno sotto il semplice profilo geografico e geopolitico: l’Europa comprende 50 stati e nulla autorizza ad etichettare come Europa un sottoinsieme di 27 paesi (e tanto meno il sottoinsieme dei 19 paesi dell’eurozona) per il solo fatto che questi si sono dati regole inter-nazionali, e in alcuni casi sovra-nazionali, presentandole come tappa epocale verso una unificazione politica che, alla prova dei fatti, è niente più che un auspicio alimentato da una retorica astratta, priva di fondamenti concreti, che l’ha fatta assurgere ad una dimensione mitologica.

Non è un caso che si usi così frequentemente la metafora del sogno, il sogno europeo. Se sottoposta al vaglio di un principio di realtà, l’idea di uno stato europeo trova il proprio habitat in una mera dimensione onirica: non esiste alcuna norma giuridica nell’ordinamento dell’Unione che faccia riferimento, in qualche modo, alla costituzione degli Stati Uniti d’Europa. Non solo non esiste alcuna norma che impegni i paesi in quella direzione, ma nei Trattati non c’è proprio alcun riferimento ad un obiettivo di unione statuale. Non c’è una norma che ci faccia pensare ad un tale esito del processo di integrazione e non c’è alcun documento ufficiale che preveda un percorso, fatto di tappe intermedie, concrete e verificabili, verso l’obiettivo della costituzione di una forma statuale unitaria. Per definire il processo di sviluppo dell’unione e il suo futuro non si usa mai, negli atti e nelle documentazioni ufficiali, la parola “federazione“, termine rifiutato dagli Stati membri e dagli organi dell’UE consapevoli dell’ostilità al progetto da parte di quote molto ampie degli elettorati, come dimostrato dal fallimento del referendum sulla Costituzione europea in Francia e in Olanda tra maggio e giugno 2005, referendum che fu poi sospeso in Gran Bretagna, in Polonia e in Danimarca. Come fa notare Perry Anderson in “Ever Closer Union?” (qui la traduzione), al posto della parola “federazione” si usano le espressioni “integrazione europea“, oppure “unione sempre più stretta” definizioni più neutre e politicamente più agibili. Scrive, a questo proposito, Marco Baldassari in “Verso una disunione sempre più stretta“: <<“Integrazione” fu la parola magica per sostituire l’ingombrante “federalismo”, che sarebbe stato un elefante nel negozio di cristalli delle fragili sovranità europee>>.

Non siamo in presenza di un progetto che sia politicamente condiviso dagli stati-membri, che li impegni responsabilmente verso l’obbiettivo, che sia tracciabile e documentato. Si tratta semplicemente di un auspicio in cui molti “credono”, un atto di fede. Un auspicio che peraltro, in astratto, non si può non condividere. Ci sono tanti buoni motivi per apprezzare l’idea di integrazione europea. Ci sono anche tanti buoni motivi per essere critici nei confronti dell’unificazione per come è stata di fatto condotta. Ma questo è il punto: non condivido la posizione di chi, più o meno consapevolmente, attribuisce ad un sogno europeo, indefinito nei tempi e nei modi, la funzione di legittimare in via retroattiva – dal sogno alla realtà attuale – i principi, l’architettura e il sistema di governo dell’Unione per come sono stati progettati dai Trattati.

In sostanza, come cercherò di argomentare, il grande sogno dell’unità europea fornisce legittimazione all’affermazione di un ordine economico-sociale fondato sull’ideologia neo-liberale, un ordine che si propone esplicitamente di limitare la sovranità popolare, la sovranità dello Stato nel governo dell’economia, i diritti del lavoro, il sistema democratico-sociale a vantaggio di un’economia di mercato guidata dalle regole e non dalla politica.

Bisogna avere l’onestà intellettuale di riconoscere che l’unione politica potrebbe essere costruita in modi alternativi molto diversi ed è doveroso domandarsi dove conduca l’attuale assetto dell’unione. Evidentemente molti ritengono che l’unione politica sia un obiettivo non solo auspicabile, ma anche realistico e concreto e, ancora, ritengono che ci sia una sola strada – quella tracciata dai Trattati – idonea ad indirizzare verso l’unione politica europea. Quindi, se c’è una sola strada, allora non possiamo che essere sulla strada giusta. Ed è anche la strada, secondo molti, che ci costringe ad andare nella direzione di un progresso che, senza la guida e le pressioni che ci vengono da Bruxelles e da Francoforte, noi – italiani – non saremmo in grado di percorrere incapaci, come siamo, di governarci e non in grado di colmare, con le nostre sole forze, il presunto ritardo evolutivo verso la modernità. Un atteggiamento di auto-denigrazione che non trova riscontro in nessun altro paese al mondo.

Fatta questa considerazione, credo che per aiutare l’europeista convinto a svegliarsi dal sogno e ad aprirsi al dubbio, sia utile ragionare in via prioriraria sulla concreta realizzabilità di un’unione politica, ancor prima di esaminare le disfunzionalità dell’attuale assetto ordinamentale. Per smuovere l’europeista convinto a ragionare sulle attuali disfunzioni connaturate con l’euro-sistema, è prioritariamente necessario evidenziare quanto sia irrealizzabile alle attuali condizioni e quanto sia lontana anni luce la possibilità di pervenire a quell’unione politica che, agli occhi dell’europeista convinto, giustifica e rende accettabili, come semplici e inevitabili incidenti di percorso, gli attuali fallimenti del progetto.

A questo proposito, è utile in primo luogo evidenziare un paradosso ignorato o volutamente celato da coloro che ritengono di essere legittimati a sanzionare ogni valutazione critica emettendo apodittiche sentenze di condanna di anti-europeismo. Gli stessi Trattati che vengono retoricamente presentati come fondamentali tappe di avvicinamento al sogno, in realtà sanciscono insuperabili divieti alla realizzazione dell’unione statuale, divieti che si sommano a quelli posti dalle Costituzioni nazionali. Insomma, per realizzare l’unione politica bisognerebbe riscrivere sia i Trattati europei, sia le Costituzioni nazionali e iniziare un nuovo e diverso percorso fondativo. E’ paradossale che i Trattati vengano così diffusamente indicati come fondamentale strumento di accelerazione del processo verso l’unione statuale quando, al contrario, contengono dispositivi di sbarramento del processo stesso. Secondo un vecchio adagio se uno strumento non serve per quanto ci si aspetta, serve a qualcos’altro. Credo che basterebbero queste sintetiche considerazioni per cominciare a domandarsi quale sia la macchina di Erone che lavora sotto traccia e quali siano le reali finalità.

Si potrebbe obiettare che nulla vieta in futuro, nel lungo periodo, di poter riscrivere sia i Trattati, sia le Costituzioni nazionali e si potrebbe considerare che anche l’istituzione degli Stati Uniti d’America ha comportato un complesso, lungo e doloroso percorso di avvicinamento durato circa due secoli. D’accordo, ma questo è un altro punto-chiave da precisare: mai come in questo caso, vale infatti il monito di Keynes “nel lungo periodo saremo tutti morti”. In altri termini, se è vero, come cercherò di argomentare, che l’assetto dell’unione, per come è stato architettato, è disfunzionale, non ha mantenuto quanto promesso in termini di benessere e di convergenza tra i paesi, ha generato deflazione e disoccupazione, ha concorso a determinare squilibri economici ed è concausa primaria del declino economico dell’Italia e di altri paesi, allora giustificare la perpetuazione del presente in attesa della reificazione del sogno equivale ad un lento suicidio. Sta accadendo esattamente il contrario di quanto proposto da uno stereotipo infondato e ripetuto alla nausea: stiamo scaricando sulle future generazioni il costo degli squilibri alimentati dalla nostra generazione. E’ vero il contrario, ed è evidente la contraddizione nello slogan-pensiero dell’europeista convinto: in realtà la nostra generazione sta sopportando il costo di una costruzione incompleta e disfunzionale, ma – recita il pensiero dominante – più che un costo è un investimento di cui beneficeranno le generazioni future.

Parafrasando le ultime parole di Fra Cristoforo – parole come pietre -prima di essere interrotto e cacciato da Don Rodrigo “verrà un giorno…”, verrà un giorno nel quale dovremo fare i conti con la realtà e ci sveglieremo dal sogno. Lo insegna la storia. E’ cessato il gold standard, è caduto il sistema di Bretton Woods, si sono dissolte l’Unione Sovietica e la Jugoslavia, è caduto il muro di Berlino: la storia insegna che gli assetti disfunzionali, anche quelli che appaiono più solidi, sono destinati ad implodere.

A questo punto l’”europeista convinto” normalmente gioca quella che ritiene essere la sua carta vincente: allora, tu vuoi uscire dall’euro? Una domanda che sottintende la minaccia del baratro nel quale cadremmo paragonabile, per lui, soltanto al baratro nel quale ci troveremmo, ora, se non avessimo aderito all’unione monetaria. In realtà sono questi i principali argomenti a sostegno, un sostegno in negativo fondato sul nulla, su affermazioni riferite a fenomeni non esaminabili e non dimostrabili, finalizzate a fidelizzare attraverso la paura dell’ignoto, piuttosto che attraverso la constatazione dei vantaggi reali. Gli argomenti dovrebbero essere altri e dovrebbero essere articolati in positivo: i benefici, i vantaggi, i successi; ma di questi non si parla, nemmeno a livello ufficiale. E tanto meno si mettono a confronto i benefici, che sono soprattutto evocati con l’immagine del sogno e si perdono in un futuro indefinito, con i costi che sono invece attuali e documentati. Il compito di consolidare opinioni favorevoli è affidato in gran parte alla paura dell’ignoto, talvolta alimentata dalla prospettazione di scenari apocalittici.

Ci sarà una ragione se a livello ufficiale quasi non si festeggiano più nemmeno gli anniversari se non con toni molto dimessi e se anche a livello mediatico è stata messa la sordina. Gli anniversari sopra richiamati (i 30 anni da Maastricht e i 20 anni dalla circolazione delle monete e delle banconote in euro) avrebbero dovuto, invece, essere occasioni per sottolineare con compiacimento i benefici acquisiti.  Basta invece leggere il comunicato stampa dell’Eurogruppo del 31.12.2021 “Riflessioni sui vent’anni dell’euro”  per verificare la pochezza delle argomentazioni, condite in una melassa retorica. Argomentazioni che vertono principalmente sulla possibilità acquisita di viaggiare all’estero senza cambiare valuta come se, tra l’altro, non fosse da tempo consolidato l’uso delle carte di credito. E’ questo il grande beneficio dell’euro? se fosse solo per questo, non si perderebbe molto in caso di uscita unilaterale o di rottura consensuale dell’eurosistema.

A ben vedere, la domanda sull’uscita unilaterale dall’euro è niente più che un espediente dialettico volto a mettere l’interlocutore con le spalle al muro; equivale a dire: “le tue argomentazioni portano ad un esito ignoto e per molti aspetti prevedibilmente disastroso e, comunque, l’uscita unilaterale dell’Italia è fuori dal quadro delle azioni politicamente perseguibili; pertanto le tue argomentazioni sono inutili e, anzi, dannose; quindi non sto nemmeno ad ascoltarti“. Il che equivale a dire: ammesso – e non concesso – che siano stati fatti errori in passato, è inutile comprenderne le ragioni, valutare se ci sono margini di correzione, acquisirne consapevolezza per non ripeterli in futuro.

In realtà, diversamente da quanto evocato con terrore dall’europeista convinto, i Trattati non prevedono una procedura per l’uscita dall’euro e la scelta di adesione viene ufficialmente presentata come irreversibile. Come si può definire un dispositivo nel quale una volta entrati non è possibile uscire? Quali esempi possiamo fare? E’ paradossale; chi pone la minacciosa domanda sull’uscita dovrebbe, ancor prima, porsi altre domande: perché dall’euro non si può uscire? Perché non è prevista una procedura di uscita? Come è possibile che uno stato sovrano abbia accettato di legarsi le mani in questo modo? Una spiegazione è stata fornita da Jacques Attali:

Era evidente, e tutti coloro che hanno partecipato a questa storia lo sanno, quando abbiamo fatto l’euro, sapevamo che sarebbe scomparso entro 10 anni senza un federalismo buggettario. Vale a dire con eurobond, ma anche con una tassa europea, e il controllo del deficit. Noi lo sapevamo. Perché la storia lo dimostra. Perché non c’è nessuna zona monetaria che sopravviva senza un governo federale.” (23.09.2011 intervento alla TV francese BFM).

“Abbiamo attentamente “dimenticato” di includere l’articolo per uscire da Maastricht [risate e applausi in sala]. In primo luogo, tutti coloro, e io ho il privilegio di averne fatto parte, che hanno partecipato alla stesura delle prime bozze del Trattato di Maastricht, hanno…o meglio ci siamo incoraggiati a fare in modo che uscirne … sia impossibile.

Abbiamo attentamente “dimenticato” di scrivere l’articolo che permetta di uscirne. Non è stato molto democratico, naturalmente, ma è stata un’ottima garanzia per rendere le cose più difficili, per costringerci ad andare avanti.” (intervento all’ “Université Participative” organizzata da Ségolène Royal sul tema “La crisi dell’euro”, 24.01.2011 qui il video).

Insomma, nella semplicistica e traballante logica dell’europeista convinto, poiché non è prevista e non è nemmeno politicamente ipotizzabile una via d’uscita, allora non sarebbe il caso di perdere tempo ad analizzare come e perché è stata costruita una trappola, come e perché ci siamo finiti dentro e quali possano essere le prospettive future.

Lo Stato europeo

Fatte queste precisazioni, che svilupperò e argomenterò in futuro nei prossimi contributi, provo ora a prendere sul serio l’istituzione di uno stato europeo e provo ad evidenziare alcuni problemi che dovranno essere affrontati e risolti, se mai fossero risolvibili e se mai ci sarà la volontà politica di farlo. Un’analisi di questo tipo, in merito all’istituzione di uno stato federale europeo, è stata proposta con mal celata ironia da Aldo Giannuli in “Unità europea: che bella cosa, però …” che riprendo e riassumo.

Come prima cosa si dovrà decidere la forma istituzionale. All’interno dell’UE abbiamo un ampio ventaglio di opzioni tra le quali scegliere: paesi monarchici (Spagna, Belgio, Lussemburgo, Svezia, Danimarca) e repubbliche presidenziali o parlamentari (Portogallo, Francia, Irlanda, Italia, Germania, Polonia, Repubblica Ceca, ecc.). Ancora, abbiamo stati unitari, stati federali (Germania) e stati regionali (Italia e Spagna). Quale forma istituzionale avrà lo stato europeo? E come potrà conciliare nei propri principi costituzionali la presenza di stati monarchici all’interno di una repubblica federale o, viceversa, la presenza di stati repubblicani all’interno di una monarchia federale? Pensiamo per un attimo alla repubblica presidenziale del Minnesota federata con la repubblica parlamentare del Texas, con lo stato federale dell’Alabama e con il regno del Michigan. Considerando poi l’assetto federale della Germania, avremmo tre livelli di governo, una complicazione non da poco: lo Stato federale europeo, la Repubblica federale tedesca e i suoi 16 Länder federati.

E la Costituzione? Quando l’UE ha provato a scrivere una Costituzione ha impiegato cinque anni ed ha prodotto un testo di 600 pagine che, nonostante la pomposa cerimonia di firma, non è mai entrato in vigore. In realtà, a dispetto del nomen solenne – soprattutto per l’opposizione della Francia e della Gran Bretagna e per l’effetto dei compromessi e dei baratti negoziati per rendere il testo accettabile soprattutto dai rispettivi elettorati e partiti politici nazionali – il testo non aveva comunque acquisito compiuta natura costituzionale, tale da consentire all’UE di superare l’originale assetto istituzionale ibrido, non classificabile alla luce delle esperienze storiche e delle categorie giuridiche, e definibile soltanto in termini negativi: non uno stato, non una confederazione, non una federazione, non soltanto accordi inter-nazionali e nemmeno soltanto accordi sovra-nazionali.  

In un articolo del 6 giugno 2016 Andrea Bonanni ricorda così la distanza che intercorre fra il sogno e la realtà:

“La più clamorosa bufala nella storia dell’Eurovisione è senza dubbio la trasmissione in diretta della solenne cerimonia di firma della Costituzione europea. La scena è la sala degli Orazi e dei Curiazi in Campidoglio, a Roma. La data il 29 ottobre 2004. Venticinque capi di Stato e di Governo e altrettanti ministri degli Esteri si susseguono, armati di stilografica, al tavolo dove troneggia il librone composto di ben 448 articoli e 36 protocolli. Tra gli emozionati firmatari ci sono il cancelliere tedesco Gerhard Schroeder, il presidente francese Jacques Chirac, il premier italiano Silvio Berlusconi e il suo ministro degli Esteri, Franco Frattini. I solenni discorsi di occasione, ritrasmessi in diretta su tutto il continente, si sprecano.

Ma la Costituzione non entrerà mai in vigore. A bocciarla ci penseranno i francesi e gli olandesi in due referendum tra maggio e giugno 2005. A seppellire definitivamente una creatura che non avevano mai amato provvederanno britannici, polacchi e danesi sospendendo i loro, di referendum, e rendendo così impossibile la ratifica”.

Secondo una interessante e sorprendente ricostruzione di Giuliano Amato:

“dopo i no francese e olandese, che cosa si sono detti (più o meno apertamente) i Governi? Delle modifiche che già avevamo deciso – così hanno ragionato – abbiamo in effetti bisogno (con qualche variazione e qualche codicillo), ma ciò che davvero crea un problema in casa di diversi noi è che si tratti di una Costituzione. Liberiamoci allora della Costituzione, torniamo a un Trattato alla vecchia maniera [il testo della Costituzione fu infatti successivamente riproposto con marginali modifiche, in altra veste, nel Trattato di Lisbona], che si aggiunge in via incrementale ai precedenti, e liberiamoci così anche dei referendum. A queste condizioni nel 2009 sarà tutto fatto e ratificato e avremo recuperato quasi per intero il tempo perduto … Certo, c’erano più modi per arrivare a un tale risultato e non tutti lo avrebbero reso tanto illeggibile quanto quello a cui, seguendo peraltro la tradizione prevalente, si è giunti in concreto … e la conseguente illeggibilità, proprio perché espressiva della tradizione, aveva in sé qualcosa di tranquillizzante e poteva concorrere con efficacia ad asseverare la scomparsa della Costituzione [agli occhi di coloro che ne avevano decretato l’affossamento]. Così è stato e le modalità con cui i giuristi di Bruxelles hanno attuato le intenzioni dei governi hanno intelligentemente garantito che in nessun caso il prodotto del loro lavoro potesse avere alla fine sapore costituzionale”.

Il testo della Costituzione, rimasto lettera morta, fu pertanto successivamente trasfuso nel testo del Trattato di Lisbona che entrò in vigore il 1° dicembre 2009. Un testo che, sottolineando quanto scritto da Amato, appariva tranquillizzante per la scomparsa del nomen Costituzione, risultava comunque volutamente illeggibile per mascherare l’identità dei due testi e, soprattutto, assumendo la forma di Trattato, risultava utile a liberarsi dei referendum.

Il Trattato di Lisbona stabilisce l’attuale assetto dell’Unione avendo riformato con modifiche i Trattati allora esistenti: il Trattato sull’Unione europea (TUE – Trattato di Maastricht) e il Trattato che istituisce la Comunità europea (Trattato di Roma, 1957). Quest’ultimo venne ridenominato Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE). Il TUE e il TFUE (nel seguito i Trattati) costituiscono l’attuale architettura istituzionale dell’Unione e stabiliscono le procedure decisionali, i valori e le prospettive dell’Unione, i diritti dei suoi cittadini, le regole che sovrintendono ai rapporti tra l’Unione e gli stati che ne fanno parte.

Il Trattato sull’Unione europea (TUE) e il Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE) hanno identico valore giuridico. Con il TUE, che si compone di 55 articoli, gli Stati contraenti istituiscono l’Unione europea, alla quale attribuiscono competenze per conseguire i loro obiettivi comuni. Il TFUE organizza, in 358 articoli, il funzionamento dell’Unione e determina i settori, la delimitazione e le modalità d’esercizio delle sue competenze.

Ammesso che in futuro si possa concretizzare una volontà politica condivisa e si proceda ad  eleggere un’Assemblea costituente europea, si dovrà poi ottenere il consenso degli elettori attraverso referendum popolari, si dovranno riformare le Costituzioni nazionali, gli ordinamenti giuridici, le pubbliche amministrazioni, i sistemi fiscali, i sistemi pensionistici e previdenziali, le forze armate, l’istruzione e si dovranno risolvere i problemi della lingua ufficiale, dei debiti pubblici, delle politiche di bilancio e della spesa pubblica con i relativi trasferimenti finanziari all’interno della federazione, da uno stato all’altro, come avviene in ogni stato unitario. In particolare, i debiti pubblici confluirebbero nel bilancio dello stato federale o resteranno a carico dei singoli stati? Nel primo caso, quante probabilità ci sono che un cittadino della Baviera – che già protesta perché parte delle imposte da lui versate vanno a beneficio della Sassonia – accetti di buon grado di farsi carico pro quota del debito pubblico italiano? Nel secondo caso, nulla cambierebbe rispetto alla situazione attuale che è proprio quanto di più evidente separa l’UE da un assetto statuale. Insomma, ce n’è abbastanza per rendersi conto della distanza che intercorre tra il sogno e la realtà.

Realtà e narrazioni

Un’altra precisazione preliminare mi sembra doverosa: sono pienamente consapevole che le argomentazioni esposte in questo blog finalizzate a decostruire le narrazioni mainstream della realtà sono, esse stesse, narrazioni. Tutti noi tendiamo a cercare prove ed evidenze a sostegno delle nostre idee e a rigettare quelle contrarie ad esse. Tendiamo a restringere la nostra attenzione prevalentemente alle informazioni in linea con le nostre convinzioni e tendiamo a rifiutare informazioni alternative.

Questa semplice verità sembra essere la linea di condotta di ognuno di noi. Si tratta di uno dei pregiudizi (il pregiudizio di conferma) più studiati dalla psicologia cognitiva: un meccanismo attraverso il quale il nostro cervello, anche in assenza di un atto di volontà cosciente, ricerca, interpreta, seleziona e soprattutto presta attenzione a quelle informazioni che confermano scelte e giudizi acquisiti e consolidati, e trascura le altre. Sebbene vi siano differenze individuali, probabilmente nessuno ne è esente e ciò indipendentemente da fattori quali l’intelligenza o l’apertura mentale.

Intendo dire che la realtà corrisponde a quanto ognuno filtra e percepisce nella propria soggettività, al punto che risulta arduo considerare una realtà oggettiva. E ciò soprattutto quando gli accadimenti sono lontani dalla nostra esperienza empirica e ci arrivano mediati da una comunicazione. Soltanto raramente ci troviamo nella condizione di poter elaborare la nostra autonoma percezione. E’ infatti impossibile avere un accesso diretto agli accadimenti in tutte le loro manifestazioni, in tutti i luoghi, in tutti i campi del sapere, soprattutto quando si ha a che fare con problemi complessi che richiedono studio e approfondimento.

Dobbiamo quindi affidarci a chi veicola le informazioni al fine di conoscere, in via mediata, ciò che accade intorno a noi. Ma quanto viene comunicato non è mai oggettivo: è condizionato, e quindi personalizzato nel suo contenuto informativo, sia dal background interpretativo di chi trasmette la comunicazione, sia dall’interpretazione di chi l’informazione la riceve. Ne consegue che quanto apprendiamo dalla comunicazione mediatica non è la realtà, ma è una costruzione che passa attraverso due fasi interpretative: la rappresentazione di chi fornisce l’informazione e la percezione di chi la riceve.

Se poi la realtà è distante dalla nostra diretta percezione, essa esiste solo in quanto raccontata, fino al limite estremo in cui ciò che non viene comunicato dai media non esiste agli occhi dell’opinione pubblica. Il controllo della comunicazione diventa pertanto controllo della realtà stessa. Ce ne accorgiamo talora, in modo evidente, quando un fatto ricade nel nostro ambito di competenza specifica e siamo in grado di confrontare e cogliere direttamente il divario tra la nostra percezione diretta e la narrazione che ci viene proposta. Oppure quando possiamo mettere a confronto narrazioni diverse dello stesso fatto.

Allora, come ci dobbiamo porre nei confronti di una narrazione se vogliamo depurarla dalla soggettività di chi la propone? Un’analisi molto interessante è stata proposta da Luigi Pecchioli in “Il velo di Maya” che riprendo e riassumo.

Per non cadere nella trappola della propaganda, ovvero per non essere prigionieri dell’informazione gestita e indirizzata per fini specifici, è indispensabile avere strumenti di decodifica del racconto. Ho trovato molto interessante il metodo proposto da Peccchioli, metodo che egli ha mutuato dai gialli di Agatha Christie e, in particolare, dalla tecnica di indagine utilizzata dall’investigatore Hercule Poirot, una tecnica che è basata sulla capacità di ragionamento nel collegare logicamente i fatti. Poirot evita di dare per scontato che un fatto sia realmente accaduto soltanto perché ci viene narrato e che sia avvenuto come ci viene narrato. Egli non crede nei racconti e nei fatti narrati, ma si limita a collegare le relazioni di causa ed effetto tra elementi che lui stesso ha potuto accertare anche qualora contrastino con quanto dichiarato dagli indiziati.

Con questo non si vuol dire che non sia importante ascoltare gli indiziati; anzi, accade spesso che costoro, nel fornire una narrazione dei fatti, tendano a dire più di quanto vorrebbero e con ciò forniscono involontariamente elementi utili per comprendere la verità proprio perché distorcono la relazione di causa ed effetto. Pecchioli definisce questo metodo come “principio di realtà”,

 “principio che permette una decodifica efficace, perché non considera affatto le motivazioni raccontate, ma semplicemente la premessa e la conseguenza di un’azione o di un accadimento. Un esempio da me portato qualche volta è quello dei tagli alla spesa pubblica: ci viene dichiarato che si procederà ad eliminare sprechi ed inefficienze e che non si colpiranno i diritti dei cittadini, quindi si crea un clima favorevole all’interventopoi, per varie ragioni addotte a giustificazione (non si è avuto tempo per fare una seria spending review, non ci sono le condizioni politiche, ci sono le resistenze dei privilegiati ecc.), poiché vi è comunque la necessità di agire, si è costretti a procedere a tagli lineari della spesa pubblica, colpendo sanità, istruzione, sicurezza. Il risultato è che si tolgono i diritti, si peggiora il welfare e le persone si lamentano dell’incapacità del Governo nel perseguire gli scopi dichiarati. Se si applicasse il “principio di realtà” si vedrebbe semplicemente quanto è accaduto: il Governo doveva tagliare la spesa e lo ha fatto attraverso tagli lineari, perché questo era quello che voleva fare. Il resto sono chiacchiere, narrazione appunto, quello che Aghata Christie ci ammonisce a non prendere in considerazione. Se utilizziamo questo semplice metodo ad ogni fatto che accade, ecco che la realtà comincia a manifestarsi e riusciamo ad uscire dalla trappola dei fattoidi, come li chiama Norman Mailer, ovvero affermazioni non verificate, ma presentate come fatti, e vedere il quadro creato dalla propaganda …

… in definitiva il “metodo Poirot” non è un sistema complesso di decodifica: basta prendere atto che il racconto dei fatti deve essere sempre messo a confronto con il loro esito reale e che, a volte, i fatti dati per esistenti sono solo un racconto non verificato, che maschera spesso altri fatti che si vogliono tenere celati.

In conclusione provo a sintetizzare l’esempio proposto e a sintetizzare il metodo di decostruzione:

  • IL FATTO: il governo comunica l’esigenza di procedere a tagli di spesa con l’obbiettivo di eliminare sprechi e di semplificare le procedure burocratiche della pubblica amministrazione
  • LE MOTIVAZIONI NARRATE: la spesa è pubblica e in quanto tale
    • inefficiente
    • improduttiva
    • esposta alla corruzione
  • GLI EFFETTI: tagli lineari di
    • sanità
    • istruzione
    • pensioni
  • POSSIBILI MOTIVAZIONI CELATE
    • apertura di spazi per l’iniziativa privata e per il mercato
    • riduzione dell’intervento dello Stato nell’economia
    • riduzione dei salari indiretti (welfare) e differiti (pensioni)
    • apertura di spazi per la riduzione delle imposte a carico delle imprese
    • contenimento della domanda aggregata interna al fine di ridurre le importazioni e limitare il debito verso l’estero

A conclusione di questa introduzione, voglio ribadire che non rientra nei miei obiettivi la volontà di veicolare un pensiero politico e tanto meno partitico. Mi riprometto soltanto di esplicitare (prima di tutto a me stesso) un pensiero critico fondato sul dubbio; un esercizio di de-costruzione delle narrazioni per non cadere nella trappola di una comunicazione identitaria che mira ad offrire risposte pre-confezionate finalizzate ad alimentare il senso di protezione, di sicurezza e di forza che si prova nell’aderire ad un senso comune, ad una sorta di immunità di gregge che induce a ritenere superflue le domande su chi sia il pastore e dove conduca.

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