2. DALL’ECONOMIA DI MERCATO SOCIALE ALL’ECONOMIA DI MERCATO NEOLIBERALE

In questo post mi riprometto di argomentare una affermazione proposta nelle considerazioni introduttive della sezione del blog che ho denominato “un percorso”. Avevo scritto che il processo di integrazione europea ha profondamento cambiato gli assetti economici e sociali del nostro paese con conseguenze rilevanti per il nostro vivere quotidiano. Di fatto, l’integrazione ha determinato per l’Italia e per altri paesi (non per tutti i paesi membri dell’unione, come vedremo) un nuovo patto sociale, fondato sul libero mercato e sulle leggi economiche ad esso connaturate, largamente distante da quello consacrato nella nostra Costituzione. L’integrazione ha minato gradualmente la capacità di quest’ultima di dare concreta attuazione ai suoi principi fondamentali ampliando, lentamente e progressivamente, il divario tra Costituzione formale e Costituzione materiale (vedi qui Vladimiro Giacché e qui Luciano Barra Caracciolo ). 

Ci si domanda perfino se non si sia verificata una condizione di vera e propria incompatibilità , cioè se <<l’Unione Europea, colta nelle sue attuali e reali ragioni ispiratrici, nelle sue movenze e fisionomia complessiva, solleva un problema di compatibilità con lo spirito, l’ethos della costituzione italiana repubblicana […] E’ sotto gli occhi di tutti, infatti, l’inattuazione o, se si preferisce, la regressione del modello costituzionale democratico- sociale, basato sulla centralità del lavoro, sull’obiettivo del lavoro per tutti, cioè della piena occupazione, da riconnettere a sua volta all’obiettivo della “liberazione del lavoro” e quindi del “pieno sviluppo della persona umana” attraverso la garanzia dell’uguaglianza sostanziale e dei diritti sociali, oltre che delle classiche libertà fondamentali>>. (Omar Chessa, “C’è posto in Europa per il costituzionalismo democratico-sociale?“).

Una testimonianza istituzionale è fornita da Guido Carli negoziatore e firmatario del Trattato di Maastricht in qualità di ministro del Tesoro. Nelle sue memorie (Cinquant’anni di vita italiana pag. 436 ) descrive quello che per l’Italia ha rappresentato <<un mutamento sostanziale, profondo, direi di carattere “costituzionale […] L’Unione Europea implica la concezione dello “Stato minimo“, l’abbandono dell’economia mista, l’abbandono della programmazione economica, la ridefinizione delle modalità di composizione della spesa, una redistribuzione delle responsabilità che restringe il potere delle assemblee parlamentari e aumenti quelle dei governi, l’autonomia impositiva per gli enti locali, il ripudio del principio della gratuità diffusa (con la conseguente riforma della sanità e del sistema previdenziale), l’abolizione della scala mobile, la drastica riduzione delle aree di privilegio, la mobilità dei fattori produttivi, la riduzione della presenza dello Stato nel sistema del credito e dell’industria, l’abbandono di comportamenti inflazionistici non soltanto da parte dei lavoratori, ma anche da parte dei produttori di servizi, l’abolizione delle normative che stabiliscono prezzi amministrati e tariffe. In una parola: un nuovo patto tra Stato e cittadini, a favore di quest’ultimi>>.

A favore di tutti i cittadini? Oppure si tratta di un cambiamento epocale promosso da una èlite a vantaggio di una parte della società e a discapito di altre parti? e per molti aspetti portato avanti al di fuori dei percorsi istituzionali della democrazia?

Risponde lo stesso Carli: <<Ancora una volta, come già nel caso del trattato di Roma, come nel caso del sistema monetario europeo, un gruppo di italiani ha partecipato attivamente, lasciando tracce importanti del proprio contributo, all’elaborazione di quei trattati che hanno poi rappresentato “vincoli esterni” per il nostro Paese. Ancora una volta, si è dovuto aggirare il Parlamento sovrano della Repubblica, costruendo altrove ciò che non si riusciva a costruire in patria>>.

E ancora <<La vastità dell’innovazione giuridica contenuta nel trattato di Maastricht comporta un cambiamento di natura costituzionale. Restituisce all’ordinamento giuridico la funzione di contrastare la distruzione del potere d’acquisto della moneta. Sottrae allo Stato gran parte dei poteri di sovranità monetaria. Li trasferisce a livello sovrannazionale e li restituisce così ai cittadini>>. Li restituisce ai cittadini? O li sottrae ai cittadini? Come può manifestarsi la sovranità popolare se si sottrae la sovranità nazionale allo Stato e la si trasferisce ad una istituzione indipendente? Se si sottrae la gestione della moneta alla rappresentanza politica, cosa si restituisce ai cittadini? Quale legame intercorre tra i cittadini e una banca centrale che risponde all’ordinamento giuridico, alle regole, e non alla politica?

Leonardo Paggi (“Maastricht come <<civiltà>>: frammenti di storia di una cultura oligarchica“) commenta in questo modo le parole di Guido Carli: <<Siamo dinanzi ad un quadro quasi brutale, ma estremamente lucido, che riassume in poche righe il senso di un successivo processo politico: drastica riduzione dei poteri dello Stato, sia in termini di politica economica che di politica industriale, smantellamento della mano pubblica e dei poteri di orientamento del mercato a essa connessi, manomissione del sistema assistenziale e pensionistico, riduzione dei poteri di contrattazione del sindacato e, infine, per arrivare all’agenda del governo attualmente in carica, un sostanziale trasferimento di poteri dal parlamento all’esecutivo. A buon diritto Carli si stupiva che la classe politica italiana non avesse realizzato la portata del Trattato che pure aveva approvato>>.

DALL’ECONOMIA DI MERCATO SOCIALE NAZIONALE ALL’ECONOMIA DI MERCATO NEOLIBERALE EUROPEA

Cosa ha innescato questo radicale cambiamento? È sufficiente chiamare in causa il successo dell’ideologia neoliberale e della conseguente azione politica che avrebbe dato concreta attuazione ai principi del libero mercato? O, a monte di queste, è possibile individuare cause che hanno a che fare con la stessa natura istituzionale del processo federativo, con la sua architettura strutturale? Se così fosse, e ci sono buoni motivi per sostenerlo, si rivelerebbe un’inversione nella relazione di causa ed effetto che, come è comunemente intesa, considera l’ideologia liberale il fattore causale e l’assetto istituzionale europeo la sua concreta attuazione. Due scritti di Friedrik von Hayek e di Fritz W. Scharpf ribaltano la relazione e indicano che l’estensione a macchia d’olio dell’ideologia neoliberale in Europa è il risultato necessitato e inevitabile della decisione di aggregare, in un processo quasi-federativo, paesi molto diversi tra loro così come Hayek aveva previsto e auspicato e come Scharpf ha potuto verificare ex post.

I contributi dei due Autori forniscono una chiave di lettura utile ad evidenziare, tra le diverse motivazioni che hanno portato a pianificare e a sostenere il progetto di integrazione europea, anche quella che avrebbe animato i neoliberisti seguaci di Hayek consapevoli che il progetto federativo avrebbe costituito, di per sè, un efficace dispositivo per l’affermazione dell’economia di mercato neoliberale anche a prescindere dalla volontà politica dei paesi membri di andare in quella direzione e di smantellare lo Stato sociale. Forse, chi aveva a cuore le sorti di quest’ultimo avrebbe fatto bene a leggere il saggio di Hayek.

Se guardiamo al rapporto tra Stato ed economia, il lungo processo di progressiva integrazione europea che ha dato vita al Trattato di Maastricht e che, da questo, è stato ulteriormente accentuato e maggiormente focalizzato sul modello di società neoliberale, ha interessato paesi che nel dopoguerra avevano sviluppato assetti strutturalmente molto diversi nei fondamenti normativi e nelle strutture istituzionali dei loro sistemi economici e sociali.

Con una drastica semplificazione, e seguendo le indicazioni e le schematizzazioni proposte da Fritz W. Scharpf è utile individuare due macro-categorie per descrivere le caratteristiche di base di paesi che, pur appartenendo al comune alveo delle democrazie capitalistiche avanzate, presentavano differenze sostanziali nel ruolo attribuito allo Stato in rapporto all’economia: da un lato, le “economie di mercato neoliberali” (in seguito e nei grafici EMN) e, dall’altro, le “economie di mercato sociali” (EMS). Due costellazioni cui possono essere ricondotti i paesi membri dell’Unione europea in ragione del diverso impegno pubblico nel rendere effettivi i principi di solidarietà e di uguaglianza, principi che tendono ad essere emarginati dalle logiche del libero mercato. Differenze, quindi, nel grado di intervento dello Stato nell’economia e nel livello dei servizi e dei trasferimenti sociali forniti ai propri cittadini attraverso il bilancio statale.

I paesi del primo gruppo (EMN), in numero largamente minoritario, (tipicamente il Regno Unito di Margareth Thatcher, l’Irlanda e per molti aspetti la Germania e l’Olanda) sono caratterizzati dalla riformulazione (da qui il prefisso “neo”) dell’ideologia liberale ottocentesca ortodossa naufragata con la Grande Depressione degli anni trenta. Diversamente dal liberalismo ottocentesco, il neoliberalismo non auspica l’emarginazione dello Stato dall’economia in quanto “oppressore della libertà” e “nemico del mercato”. Non lo pone in modo assoluto dalla parte dei problemi e non dalla parte delle soluzioni

In this present crisis, government is not the solution to our problem; government is the problem. From time to time, we have been tempted to believe that society has become too complex to be managed by self-rule, that government by an elite group is superior to government for, by, and of the people. But if no one among us is capable of governing himself, then who among us has the capacity to govern someone else?“(Ronald Reagan)

ma gli attribuisce un ruolo, seppure ridotto al minimo, anche dal lato delle soluzioni. Compete allo Stato il compito di creare i presupposti normativi che tutelano i diritti di proprietà, che incentivano la libera iniziativa economica e il rispetto dei contratti, che assicurano la vigilanza sul corretto funzionamento dei mercati a garanzia della formazione di prezzi stabili e non distorti da fenomeni estranei alla libera concorrenza e alle libere dinamiche della domanda e dell’offerta. Uno Stato che legifera facendo proprie le leggi del mercato e che svolge funzioni di polizia del mercato al fine di vigilare e di garantire che le dinamiche economiche siano correttamente guidate dall’alta qualità del valore segnaletico dei prezzi come guida delle scelte economiche orientate esclusivamente dalla razionalità e dal principio della massimizzazione dell’utilità personale. Da qui l’obbiettivo prioritario della stabilità dei prezzi che deve essere assicurato da un sistema di cambi fissi e da una politica monetaria neutrale, non disponibile per la politica, guidata da un pilota automatico che si limita a gestire la creazione monetaria in parallelo alla crescita dell’economia reale. Nelle economie di mercato neoliberali lo Stato fornisce alla popolazione un’assistenza limitata e servizi sociali e sanitari meramente di base destinati, in modo esclusivo, alle persone che versano in condizione di povertà assoluta e di estrema indigenza (anche al fine di mettere al riparo il mercato e la società da possibili atti di disperazione e di violenza che è opportuno prevenire, secondo l’indicazione di Hayek) e lascia che tutti gli altri badino a se stessi provvedendo a soddisfare le proprie esigenze educative, sanitarie, assicurative e previdenziali attraverso i servizi forniti da istituzioni di mercato.

A questo proposito, riporto il citatissimo pensiero di Hayek in “The Constitution of Liberty (pag.285) e la traduzione in italiano:

“In the Western World some provision for those threatened by the extremes of indigence or starvation due to circumstances beyond their control has long been accepted as a duty of the community. The necessity of some such arrangement in an industrial society is unquestioned – be it only in the interest of those who require protection against acts of desperation on the part of the needy ”.

“Nel Mondo Occidentale, il fatto che venga fornita una qualche forma di aiuto a chi è minacciato da forme estreme di indigenza o soffre la fame a causa di circostanze al di fuori del suo controllo è stato da lungo tempo accettato come dovere della comunità. In una società industriale nessuno dubita che una qualche forma di intervento sia in questi casi necessaria, foss’anche solo nell’interesse di chi richiede protezione contro atti di disperazione da parte dei bisognosi.

Per quanto riguarda i possibili interventi diretti dello Stato nel mercato, si riconosce il compito di garantire i diritti dei consumatori e di tutelare la salute pubblica, la sicurezza sul lavoro, la salvaguardia dell’ambiente; ma si postula che lo Stato minimizzi funzioni e servizi infrastrutturali e, soprattutto, che non interferisca con le interazioni dei mercati dei prodotti, dei servizi, del lavoro, dei capitali, della tecnologia. Uno Stato che lasci al mercato il compito di regolare l’attività economica. Lo sviluppo economico e l’impiego del lavoro sono affidati all’autonoma capacità del mercato di generare, dal lato dell’offerta dei prodotti e dei servizi privati, crescita e piena occupazione a condizione che le imprese possano operare in mercati altamente flessibili nei quali la concorrenza possa manifestare i propri effetti sui prezzi che costituiscono la migliore guida per l’ottimizzazione delle scelte economiche individuali capaci, e questa sarebbe la magia del mercato, di generare ricadute positive per l’intera collettività. E ciò, in particolare, per quanto riguarda i rapporti di lavoro che vengono degradati a mere relazioni di mercato nelle quali il lavoro è considerato niente più che un comune fattore produttivo, merce come ogni altra merce. Le condizioni contrattuali devono consentire che i salari siano flessibili (soprattutto verso il basso) e determinati, come ogni altro prezzo, dalla dinamica della domanda e dell’offerta. In queste condizioni il mercato sarebbe in grado di esprimere compiutamente il potenziale produttivo ed assicurerebbe la migliore allocazione delle risorse e la più efficiente distribuzione della ricchezza prodotta. Il riferimento concettuale è quello proposto dalle teorie economiche marginaliste o neoclassiche.

Al contrario, nelle “economie di mercato sociali” (EMS), tipicamente i paesi del meridione europeo e i paesi scandinavi, lo Stato è fortemente orientato a generare benefici economici collettivi attraverso le infrastrutture pubbliche. Lo Stato sociale garantisce ai cittadini l’assistenza sanitaria, l’istruzione, redditi da pensione, indennità di disoccupazione, servizi sociali per gli anziani, per portatori di handicap e per le famiglie con bambini. Le relazioni industriali sono fortemente basate sulla contrattazione collettiva; l’impiego del lavoro è altamente regolamentato e le condizioni contrattuali relativamente poco flessibili a tutela del lavoratore inteso come contraente debole. L’interventismo statale, al contrario rispetto al modello neoliberale, non è finalizzato al compito circoscritto di garantire il funzionamento, lo sviluppo e l’equilibrio del mercato concorrenziale, è invece prioritariamente finalizzato a garantire l’uguaglianza sostanziale delle persone contrastando gli ostacoli alla sua realizzazione e promuovendo, anche attraverso il diritto/dovere al lavoro, l’emancipazione individuale e sociale. Gli interventi sociali sono finalizzati a rendere concretamente effettivi i principi di solidarietà e di uguaglianza a correzione dei limiti del mercato. Questi rendono anche necessarie manovre di finanza pubblica dal lato della domanda, attraverso politiche di bilancio espansive o restrittive secondo le contingenze, per la gestione dei cicli economici che il mercato non sarebbe autonomamente in grado di correggere e per promuovere, prioritariamente, la piena occupazione che il mercato non sarebbe autonomamente in grado di assicurare. Lo Stato si avvale, a tal fine, di un’imposizione fiscale fortemente progressiva come presupposto per l’erogazione di salari indiretti (servizi sociali) e salari differiti (pensioni) con l’obbiettivo, anche, di moderare il conflitto distributivo tra capitale e lavoro e di svolgere una funzione perequativa . Lo Stato è anche “interventista” nel campo della produzione di beni e servizi attraverso imprese pubbliche e attraverso politiche industriali fondate su incentivi e su aiuti di stato. Il modello è quello dell’economia mista in cui le libertà di mercato sono saldamente imbrigliate da uno Stato interventista e regolatore a garanzia dell’uguaglianza e della giustizia sociale, della sicurezza sociale, della coesione sociale e della “demercificazione” del lavoro. Il riferimento concettuale è quello proposto dalle teorie economiche keynesiane.

Si tratta ovviamente di tipizzazioni ideali che sono fondate sulla semplificazione di fenomeni complessi e molto articolati nel variegato quadro delle specifiche realtà dei singoli paesi. La forte schematizzazione è peraltro giustificata dalla sua utilità in riferimento all’obbiettivo di cogliere, a grandi linee, l’impatto esercitato dall’integrazione europea sulle dinamiche evolutive dei rapporti tra Stato ed economia nei due gruppi di paesi. Si tratta, in altre parole, di incrociare, in uno spazio bidimensionale (vedi grafico seguente), due variabili: da un lato, le caratteristiche originarie dei due gruppi in riferimento all’orientamento al welfare state o al mercato (asse orizzontale) e, dall’altro, il nuovo posizionamento determinato dalla transizione dall’autonomia nazionale all’integrazione europea (asse verticale). La diversa dimensione dei due cerchi riflette la numerosità dei due gruppi.

Fatte queste premesse, Scharpf prende in esame l’impatto esercitato sui due gruppi di paesi dai processi di integrazione, di convergenza e di omologazione conseguenti alla progressiva perdita di autonomia nazionale fino alla cessione di rilevanti quote di sovranità nazionale (spostamento lungo l’asse verticale). La sua analisi demolisce il diffuso luogo comune che enfatizza la “dimensione sociale” dell’integrazione europea e la pretesa superiorità del “modello sociale europeo” in raffronto al capitalismo americano. Sharpf afferma che queste idee sono infondate ed illusorie, alimentate da “decades of cheap talks”, decenni di chiacchiere a buon mercato. Sono indubbiamente andate deluse le attese di una parte dei fondatori della comunità europea, quanto meno gli Schuman, De Gasperi, Adenauer, Spaak e, più in generale di coloro che, animati da matrici ideologiche cristiane e socialiste, erano senza dubbio contrari – come lo erano i nostri padri costituenti – alla riproposizione, nel dopoguerra, delle vecchie formulazioni ottocentesche del liberalismo di mercato affrancato dall’interventismo statale e confidavano, invece, che l’economia di mercato europea (EME) si sarebbe collocata nel primo quadrante (in alto a sinistra), come naturale estensione del modello democratico-sociale prevalente tra i paesi fondatori.

Queste aspettative furono alimentate, non solo dalla netta prevalenza (almeno numerica) dei paesi EMS, ma soprattutto dalla considerazione che l’esigenza del voto unanime necessario per approvare norme e regole dell’integrazione avrebbe costituito una efficace salvaguardia a tutela del modello statale a forte orientamento sociale. Furono peraltro pienamente condivise, da parte di tutti i paesi membri, le finalità dell’Unione così come formulate nella lettera dell’art.3 del Trattato sul funzionamento dell’UE “L’Unione … si adopera per lo sviluppo sostenibile dell’Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale”.

Con riferimento alla qualificazione “sociale” dell’economia di mercato europea è utile riprendere quanto rimarcato da Alessandro Somma a proposito della formulazione dell’art.3: “molti reputano che la formula sia il segno di una maggiore sensibilità per le tematiche sociali e di una minore ossessione per le ragioni dei mercati. Basta però osservare quanto è sotto gli occhi di tutti per comprendere che si tratta di una mistificazione: l’Europa avanza come super-stato di polizia economica, pronto a sacrificare democrazia e giustizia sociale sull’altare di un’unione economica e monetaria utilizzata per imporre l’ortodossia richiesta dai mercati”; e ancora ”è una formula volutamente fuorviante, che vorrebbe richiamare l’idea di un capitalismo dal volto umano, ma solo per confondere circa il senso della combinazione tra libero mercato e socialità. L’economia sociale di mercato, infatti, è tale perché identifica nel mercato il meccanismo migliore, e in questo senso sociale, di produrre e distribuire ricchezza. Di qui la riduzione dell’inclusione nel mercato a inclusione sociale tout court”.

Ricorda Alessandro Somma che la formula venne concepita in Germania all’inizio degli anni ’50 nell’ambito di una martellante campagna promozionale, una vera e propria operazione di marketing voluta da un’associazione imprenditoriale e appoggiata dal ministro dell’Economia Ludwig Erhard per <<influenzare in modo pianificato l’opinione pubblica migliorando il clima sociale a favore del libero mercato>>.

L’equivoco, che volutamente occultava il reale obbiettivo, appare evidente nelle significative parole di Friedrich von Hayek a proposito della promozione e diffusione della formula che sarà poi fatta propria dal citato art.3 riproponendo la qualificazione “sociale” dell’economia di mercato: ”non mi piace questo uso, anche se grazie ad esso alcuni amici tedeschi sembrano riusciti a rendere appetibile a circoli più ampi il tipo di ordine sociale che difendo”. In altre parole, la dimensione sociale auspicata da Hayek e prefigurata nei Trattati è quella che si realizza nel funzionamento dei mercati concorrenziali e non quella che caratterizza le economie di mercato sociali. Un ordine sociale, quello preconizzato da Hayek, che non si limita alla realizzazione di un’economia di mercato, ma va ben oltre proponendosi di plasmare una società che si risolve nell’ideologia del mercato, nei suoi principi e nelle sue regole estesi pervasivamente ad ogni aspetto e ad ogni settore delle relazioni sociali fino al punto in cui mercato e società coincidono.

L’approfondita analisi proposta da Scharpf porta alla conclusione rappresentata nel grafico seguente che colloca l’economia di mercato europea (EME) nel secondo quadrante.

Come argomentato da Scharpf, e come profetizzato e auspicato da Hayek, il rapporto tra Unione europea ed economia si è conformato alle idee che hanno plasmato le economie di mercato neoliberali: i paesi a forte orientamento sociale hanno compiuto un duplice percorso, indicato dalle frecce, che a partire dagli anni ’80 li ha progressivamente allontanati dalle proprie caratteristiche originarie e li ha portati ad assimilarsi al modello neoliberale convergendo verso condizioni sempre più ristrette di intervento statale. Nella dimensione verticale, si è notevolmente ridotto il raggio d’azione delle politiche autonome degli stati membri e si è ampliata la portata delle competenze europee. Allo stesso tempo, nella dimensione orizzontale, il processo di integrazione ha avuto un impatto liberalizzante e deregolatorio sugli assetti socio-economici e spinge verso il mercato, verso la riduzione del ruolo dello Stato e verso il minimo liberale delle protezioni sociali.  Ed è soprattutto nei momenti di crisi economiche, come l’attuale, che l’UE si dimostra disarmata e incapace di adeguati sostegni economici e sociali e sistematicamente risulta essere l’area economica più colpita fra quelle avanzate non avendo, a differenza degli Stati Uniti, una governance economica federale, in particolare un bilancio federale, che la metta in grado di affrontare in maniera solidale gli shock. E ciò come sottolinea Sergio Cesaratto è dovuto al fatto che <<l’UE ha agito nei recenti decenni nella direzione di demolire invece che di rafforzare le strutture della solidarietà politico-sociale perseguendo l’ordoliberismo (ipocritamente definito economia sociale di mercato) invece che il modello social-democratico>>.

L’integrazione europea, nel produrre la costituzione economica di un nuovo ordine sovranazionale, ha quindi esercitato un impatto asimmetrico sui paesi membri. L’effetto è stato pienamente compatibile con lo status quo dei paesi EMN mentre ha generato un innovativo impatto di stampo neoliberale nei paesi EMS comportando un arretramento degli Stati, delle loro politiche sociali e delle politiche di governo dell’economia. L’impatto asimmetrico è stato ovviamente accolto con favore dagli stati EMN in ragione dell’eliminazione di barriere al libero commercio in altri stati membri e della creazione di mercati aperti alla competizione in aree che in altri paesi erano riservate al settore pubblico o comunque protette dalla concorrenza.

L’impatto è risultato invece penalizzante per i paesi EMS (massimamente per l’Italia) che avevano costruito la propria struttura economica e la propria competitività internazionale – non inferiore a quella dei paesi EMN – su istituzioni e pratiche nazionali integrative e correttive delle pure dinamiche del mercato e sono risultate, proprio per questa eredità storica, estremamente vulnerabili rispetto ai processi di liberalizzazione e deregolamentazione con effetti depressivi dei risultati economici e della competitività internazionale.

Molti considerano con favore questo processo evolutivo che, si dice, avrebbe aperto all’Italia la strada della modernità e dell’efficienza. È molto facile rispondere che nel nuovo regime il sistema economico italiano ha prima rallentato la propria crescita allontanandosi dalla media dei paesi dell’eurozona e, poi, dopo le crisi economiche di metà degli anni duemila, ha iniziato un declino ininterrotto che, storicamente, non ha eguali per dimensione e per durata nel mondo dei paesi sviluppati. Ma ciò che ancor più rileva è che si è andata realizzando in questo modo un’idea di società ben diversa da quella prefigurata dalla nostra Costituzione che propone un modello di capitalismo temperato e regolato, punto di approdo avanzato di un lungo processo evolutivo storico, un modello che fu condiviso dalle tre principali componenti politico-culturali (cattolica, comunista e socialista) che concorsero alla stesura della Costituzione.

Quanto sopra richiamato rientra nell’ambito delle constatazioni di fatto che ognuno potrebbe cogliere anche soltanto sulla base delle proprie esperienze e delle valutazioni derivanti da informazioni non necessariamente approfondite. Sarebbe sufficiente aver maturato la consapevolezza dell’affermazione, dell’uso comune e delle conseguenze legate a parole chiave che non avevano campo di esistenza nei primi trenta anni del secondo dopoguerra: cessione di sovranità, pareggio di bilancio, privatizzazioni, austerità, “mercato” del lavoro, “capitale umano”, riforme strutturali, tagli alla spesa pubblica e quindi al welfare, aziendalizzazione dei servizi pubblici, per citarne alcune.

Quella che è stata proposta nelle pagine precedenti non pretende di essere nulla più che una rappresentazione di quanto è sotto gli occhi di tutti coloro che vogliono vedere. Niente più che una premessa, utile tuttavia a promuovere la formulazione di domande e la ricerca delle cause dei fenomeni descritti che richiedono, questi sì, studi approfonditi e mediazioni culturali complesse e impegnative.

Come è stato possibile? Quali fenomeni hanno spinto nella direzione indicata?

Scharpf risponde a queste domande affermando che l’impatto asimmetrico esercitato dall’integrazione sulle due costellazioni di paesi non è soltanto legato alla rinnovata egemonia ideologica liberista e alle preferenze, agli interessi e alle convenienze di attori politici capaci di convincere una pluralità molto eterogenea di paesi in merito alla supremazia dell’ “idea mercato”. Secondo Scharpf l’origine del fenomeno è soprattutto di carattere strutturale ed è inevitabilmente connaturata ed implicita nel processo di quasi-federazione e nella sua cornice istituzionale, come Hayek aveva lucidamente previsto e programmato (vedi il prossimo capitolo “Il progetto federativo di Hayek) e non avrebbe potuto (e non può, se mai lo si volesse) essere corretta attraverso l’azione politica a livello statuale. In altre parole, la relazione non segue la direzione che va dall’ideologia alla politica e, da questa, alla conformazione del carattere liberale dell’integrazione ma, al contrario, il motore del fenomeno è stato il particolare – e unico nella storia – modello di integrazione (un processo federativo incompiuto, bloccato a metà strada) che, inevitabilmente, per sua stessa natura, è risultato strumentale alla generazione delle condizioni per l’affermazione del programma economico liberale, e non poteva andare diversamente. E, nota bene, il processo è incompiuto e fermo a metà strada soltanto nell’ottica di coloro che sognano gli Stati Uniti d’Europa. Non è così per Hayek e per coloro che hanno lavorato per attuare il suo modello: una federazione interstatale, <<che non sia una semplice alleanza, né una completa unificazione>>, condizione necessaria secondo Hayek per rendere effettiva l’affermazione del programma economico liberale a livello europeo. Quello che molti ritengono un processo di integrazione in fieri, ancora da completare, sarebbe in realtà il punto d’arrivo e non una fase intermedia del progetto ordoliberale in attuazione del pensiero hayekiano.

La regola decisionale del voto unanime avrebbe consentito anche agli stati membri più piccoli di bloccare ogni iniziativa del processo di integrazione che fosse stata considerata non in linea con gli assetti socio-economici storicamente consolidati al proprio interno e qualora fosse stata giudicata ostile agli interessi e ai valori sociali realizzati nelle EMS. Ma, e questo è il punto-chiave, la genesi e lo sviluppo del processo di integrazione non hanno lasciato spazio ad orientamenti diversi da quelli che hanno portato i paesi membri nel secondo quadrante. L’unione è nata neoliberale e si è consolidata intorno a quel modello senza lasciare spazio ad alternative. Allo stesso modo, peraltro, anche i paesi EMN avrebbero avuto potere di veto nei confronti di iniziative orientate ad imporre regole socio-economiche tipiche dei paesi EMS volte a creare un’economia sociale di mercato a livello europeo posizionando il pocesso di integrazione nel primo quadrante del grafico (in alto a sinistra), ma non ce ne è stato bisogno.

Ne consegue, pertanto, che lo sviluppo delineato nel grafico non è stato determinato soltanto dalla politica e dalla legislazione europea e non potrebbe nemmeno essere corretto da quest’ultima essendo stato determinato da cause strutturali che stanno a monte della politica. È indubbio che l’integrazione è stata guardata con grande favore dalla politica, ma è anche vero che decisoni di riduzione dei diritti sociali esplicite e direttamente imputabili ai partiti di governo si sarebbero duramente scontrate con il consenso elettorale e con la coesione sociale se non avesse pienamente funzionato il mantra “ce lo impone l’Europa”.

La conclusione cui perviene Scharpf è che non poteva, e non può, realizzarsi un’economia di mercato sociale a livello europeo e questa sarà progressivamente e definitivamente distrutta nei paesi EMS, se non ci saranno svolte radicali nel processo di integrazione, e ciò potrebbe portare ad effetti dirompenti, fino ad ora sterilizzati, sulla coesione sociale.

Prima di entrare nel merito dei fenomeni evidenziati da Scharpf, è opportuno considerare preliminarmente il profetico progetto federativo di Hayek che nel 1939 aveva già preconizzato gli effetti dell’integrazione, effetti che, settant’anni dopo il saggio di Hayek, Scharpf ha potuto approfondire ex post attraverso l’analisi del progetto nel corso della sua realizzazione.

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