3. IL PROGETTO FEDERATIVO DI HAYEK

Non è facile districarsi nei meandri dell’architettura istituzionale dell’Unione Europea e tanto meno è agevole maturare una visione comprensiva del sistema socio-economico da essa generato, una visione che aiuti a capirne l’origine e i reali obiettivi, gli interessi privilegiati e quelli soccombenti nel conflitto sociale. Il quadro è complesso e appannato; per di più, ciò contribuisce a rendere agevole il gioco deformante prodotto dai dogmi, dagli slogan, dai luoghi comuni, dalla propaganda.

Per capire dove ci troviamo è utile, forse necessario, fare passi indietro per tornare ad un punto di partenza e mettere a fuoco le idee originarie. È utile porre l’analisi sul piano della storia e della teoria, adottando l’approccio storicistico che tende a ricercare il vero significato di ogni costruzione sociale inquadrandola nel concreto momento storico e nell’ambiente concettuale nei quali ha avuto i propri albori l’idea di società prospettata nel pensiero originario. Le costruzioni sociali sono concepite ben prima della loro nascita. Sosteneva Keynes che a monte delle scelte economiche c’è sempre un’idea originaria formulata in precedenza da un economista, anche se, talvolta, i politici lo ignorano: <<Gli uomini pratici, che si ritengono completamente liberi da ogni influenza intellettuale, sono generalmente schiavi di qualche economista defunto>>.

Come ho cercato di delineare nel post precedente, e come è puntualmente indicato da O. Chessa nel saggio che ho citato (C’è posto in Europa per il costituzionalismo democratico-sociale?), <<non c’è mai stato un processo integrativo europeo orientato assiologicamente dal costituzionalismo democratico-sociale, che poi, chissà come e perché, avrebbe smarrito la direzione, pervertendosi. La natura delle cose sta nel loro nascimento, come avrebbe detto Gian Battista Vico; e il “nascimento” del progetto europeo conteneva in sé il germe dello sviluppo che poi ne seguì. È vero che all’attuale approdo neoliberale le istituzioni europee sono giunte gradualmente e non “uno actu” [] ma la direzione era ben impostata e inequivocabilmente mirava al traguardo che registriamo ora. L’Europa è nata liberale [] un liberalismo “assoluto”, che non ammette eccezioni: e questo assolutismo liberale è esattamente quello che oggi chiamiamo neoliberalismo (rectius: ordoliberalismo, come giustamente è sottolineato da A. Somma, “Maastricht, l’Europa della moneta e la cultura ordoliberale>>.

Si tratta quindi di delineare un percorso storico, evolutivo, da mettere a fuoco attraverso le lenti di contributi teorici illuminanti alla ricerca delle idee originarie e delle forze sociali che hanno guidato e spinto nella direzione dell’esito attuale. Certamente si possono evidenziare punti di partenza e percorsi diversi e gli stessi possono essere interpretati da riflessioni teoriche anche molto diversificate. Il passo indietro che propongo ci porta al 1939 quando Friedrich von Hayek pubblica sul New Commonwealth Quarterly “The economic conditions of interstate federalism”. Si tratta di un punto di partenza che mi sembra particolarmente produttivo di risultati al fine di comprendere le ragioni di fondo del percorso descritto nel post precedente che ha portato gli Stati ad economia di mercato sociale ad assimilarsi a quelli ad economia di mercato neoliberale e, insieme a questi, a confluire nell’attuale modello di economia di mercato europea.

Nel saggio sono infatti prefigurati, con lucidità e lungimiranza, i tratti essenziali delle relazioni tra stato ed economia che si sarebbero manifestati, molti anni dopo,  nell’attuale contesto europeo, e sono puntualmente indicati i meccanismi che avrebbero automaticamente agito, una volta avviato il processo unitario, per realizzare quello che per Hayek, e poi per la sua scuola, era l’obbiettivo esplicito: sottrarre agli Stati le sovranità nazionali sulle politiche economiche e creare un ordine sovranazionale, una federazione interstatale, <<che non sia una semplice alleanza, né una completa unificazione>> (già si intravede un connotato fondamentale della UE), quali premesse per il <<logico compimento del programma liberale>>, come testualmente indicato nel saggio.

Sottolineo l’obbiettivo: la creazione di una federazione interstatale quale strumento per la concreta realizzazione dell’ideologia liberale. Ora, questo mi sembra il punto centrale della mia analisi: una valutazione del progetto europeo, per come è stato realizzato, non può prescindere da una valutazione del progetto liberale che ne è l’obbiettivo e il risultato. Dedicherò un post ad una presentazione dell’ideologia liberale e all’impatto generato sugli assetti economico-sociali. Il punto è questo: a molti va bene così, non a tutti: se ti piace l’Unione Europea deve piacerti non solo un’economia di mercato, ma anche una società che si risolve nelle logiche del mercato.  Tra le mie letture più recenti (2021), suggerisco Andrea BoitaniL’illusione liberista. Critica dell’ideologia di mercato, Paul De Grauwe “I limiti del mercato e Mauro Gallegati “Il mercato rende liberi. E altre bugie del neoliberismo“.

Nella visione di Hayek il mercato è in grado di autoregolarsi ed è in grado di bastare a se stesso, è capace di creare un ordine spontaneo ed equilibrato che si realizza attraverso la concorrenza e la dinamica dei prezzi. Genera il massimo benessere se non subisce costrizioni al suo funzionamento e non è delimitato da stretti confini territoriali. Se si manifestano conflitti sociali, soprattutto conflitti distributivi tra capitale e lavoro, connaturati nel funzionamento del sistema economico capitalistico, è soltanto per la presenza di fattori che si oppongono al libero gioco della domanda e dell’offerta e alla flessibilità dei prezzi, soprattutto la flessibilità del prezzo del lavoro. I conflitti sociali si risolvono eliminando gli ostacoli al libero mercato, attraverso le riforme strutturali, e non con l’inaccettabile ingerenza della politica che si intromette nei meccanismi del mercato operando redistribuzioni reddituali e fornendo servizi sociali attraverso le politiche di bilancio, come è avvenuto nei primi trenta anni del secondo dopoguerra in attuazione di orientamenti socialdemocratici di ispirazione keynesiana.

Come si realizza l’obiettivo di Hayek, il <<logico compimento del programma liberale>>? La soluzione prospettata da Hayek va direttamente all’origine del problema da lui individuato: è necessario prevenire l’ingerenza del potere politico che interferisce con le libere dinamiche dell’economia, introduce rigidità e ostacoli e limita l’espansione territoriale dei mercati imponendo anacronistici confini tra gli Stati.

<<Hayek individua il problema nella piena sovranità che contraddistingue gli Stati nazione e consente loro il controllo sulle politiche monetarie ed economiche e sui fattori della produzione – capitali, merci, persone – e trova la soluzione nella sua “abrogazione>> (G. Cracco, L’Unione europea di Hayek). Questa soluzione, nell’auspicio di Hayek, maturerebbe come logica conseguenza della costituzione di una “federazione interstatale” tra paesi che si legano attraverso le loro economie ma non nella dimensione politica e, cioè, uniscono i propri mercati senza però dare vita ad una organizzazione statuale unitaria.

Questo assetto, che prevede l’abolizione di barriere tariffarie e la rimozione di ogni ostacolo alla libera circolazione di persone, beni e capitali, avrebbe determinato, secondo l’analisi di Hayek, la drastica limitazione dell’interventismo statale nell’economia ed avrebbe esteso tra i paesi membri, e fortemente potenziato, i benefici del libero mercato sia per l’affrancamento dall’invadenza del potere politico, sia per l’ampliata estensione territoriale.

Infatti, <<l’assenza di barriere tariffarie e la libera circolazione di uomini e capitali tra gli Stati della federazione ha alcune importanti conseguenze che spesso vengono trascurate: limitano in larga misura la portata della politica economica dei singoli Stati. Se merci, uomini e denaro possono circolare liberamente attraverso le frontiere interstatali, diventa chiaramente impossibile influenzare i prezzi dei diversi prodotti attraverso l’azione del singolo Stato [] quasi tutte le politiche che sono tese a sostenere particolari industrie cercano di farlo influenzando i prezzi; lo scopo è sempre limitare l’offerta e quindi aumentare i prezzi>>. Tutto ciò diventerà impossibile per i singoli Stati all’interno dell’Unione. I metodi attraverso i quali determinati produttori sono stati protetti dalla concorrenza interna ed esterna non sarebbero più disponibili e verrebbe meno anche la possibilità di controllare l’offerta di beni e servizi da parte di associazioni siano esse sindacati, cartelli o organizzazioni professionali che perderanno, inevitabilmente, le loro posizioni monopolistiche. <<A condizione che lo Stato non possa escludere merci prodotte in altre parti dell’Unione, qualunque onere imposto a una particolare industria dalla legislazione statale la metterebbe in una posizione di grande svantaggio rispetto a industrie simili in altre parti dell’Unione [] persino misure legislative per ridurre il lavoro minorile e le ore di lavoro diventano difficili da adottare per il singolo Stato>>.

I paesi membri verrebbero anche privati della possibilità di condurre politiche monetarie autonome, perdendo la possibilità di agire discrezionalmente sulla moneta, sui tassi di interesse e sui cambi a tutela degli interessi del singolo Stato in ragione delle sue particolari condizioni economiche e finanziarie. La leva monetaria, strumento di governo dell’economia secondo il modello keynesiano, verrebbe denazionalizzata e spoliticizzata, cioè liberata dal ruolo strumentale a supporto delle politiche degli Stati in materia di finanziamento della spesa pubblica. Moneta unica e banca centrale indipendente sono pilastri fondamentali dell’architettura pensata da Hayek per una federazione interstatale votata al compimento del programma liberale. Sottraendo dalla cassetta degli attrezzi dei governi gli strumenti di gestione della moneta, dei tassi e dei cambi, sarà il mercato finanziario a dettare le linee di condotta ai governi e non la politica. Si ribalteranno i ruoli: non sarà più la politica a disciplinare i mercati, ma saranno i mercati a controllare gli Stati.

Anche le fonti di gettito fiscale verrebbero ampiamente ristrette al fine di evitare di spingere il capitale e il lavoro a dirigersi verso altre aree dell’unione che offrono condizioni migliori. Ogni paese membro dovrebbe porsi nella condizione di attrarre i capitali offrendo politiche fiscali vantaggiose per le imprese e contenendo le politiche sociali e redistributive a sostegno dei salari e dei diritti del lavoro nei limiti di quanto consentito dalla pressione della concorrenza tra Stati. Sarà il mercato a determinare gli spazi di manovra degli Stati e non più la politica. La concorrenza sarà il valore primario da garantire, al di sopra di ogni altro valore al fine di promuovere ”un’economia sociale di mercato fortemente competitiva” (art.3 TUE). Le parole chiave non saranno uguaglianza e solidarietà ma concorrenza e competitività.

Fatte queste premesse nei primi due capitoli del saggio, nel terzo capitolo l’analisi viene posta sulla sfera politica rispondendo a questa domanda: se in una federazione i poteri economici dei singoli Stati saranno così limitati, il governo federale dovrà assumere le funzioni che gli Stati non possono più svolgere e dovrà occuparsi di tutta la pianificazione e la regolamentazione che gli Stati non possono porre in essere? La risposta di Hayek è che questo non avverrà, non tanto perché non lo si vorrà fare, quanto perché non sarà possibile.

La risposta viene argomentata prendendo ad esempio il caso particolare delle tariffe doganali <<la più consolidata forma di intervento governativo nella vita economica>>, ma la logica evidenziata si estende ad ogni altra misura restrittiva o protettiva. Nello Stato nazionale <<è relativamente facile persuadere la comunità che è nel suo interesse proteggere la “sua” industria>> anche se ciò comporta un sacrificio per alcune parti sociali, questo va comunque a vantaggio di connazionali e del proprio paese. <<Opereranno le stesse motivazioni a favore di altri membri dell’Unione? è forse probabile che il contadino francese sia disposto a pagare di più il suo fertilizzante per aiutare l’industria chimica britannica? [] è difficile immaginare come in una federazione si possa raggiungere un accordo sull’uso di tariffe per la protezione di particolari industrie. Lo stesso vale per tutte le altre forme di protezione [] l’industria obsolescente o in declino che reclamasse assistenza si scontrerà quasi inevitabilmente, all’interno della federazione, con industrie in espansione che richiedono libertà di svilupparsi [] ritardare l’avanzamento economico di una parte della federazione al fine di mantenere gli standard di vita in un’altra parte sarà molto più difficile che fare la stessa cosa in uno Stato nazionale […] nessun senso di solidarietà nazionale comparabile a quello esistente all’interno dei singoli Stati sarebbe disponibile in una federazione dalle storie, lingue e tradizioni più variegate, ciò che complicherebbe ulteriormente l’adozione di politiche interventistiche spesso accettate, in un contesto nazionale, proprio in nome di questa malintesa solidarietà >>. Riflettano su queste parole coloro che si aspettano manifestazioni di malintesa solidarietà tra i paesi membri dell’Unione Europea.

In considerazione del diverso grado di sviluppo economico dei paesi membri, molte forme di interferenza statale, benvenute in alcune aree dell’unione, sarebbero considerate impedimenti in altri paesi; persino misure legislative come la limitazione dell’orario di lavoro o il sussidio obbligatorio contro la disoccupazione sarebbero viste in una diversa luce nelle regioni povere e in quelle ricche. <<Sembrano esservi pochi dubbi sul fatto che lo spazio per la regolamentazione della vita economica sarà molto più ristretto per il governo centrale di una federazione che per gli Stati nazionali. E poiché, come abbiamo visto, il potere degli Stati che compongono la federazione sarà ancora più limitato, il grosso dell’interferenza con la vita economica a cui ci siamo abituati sarà del tutto impraticabile in un’organizzazione federale>>.

<<La direzione centralizzata dell’attività economica presuppone l’esistenza di ideali comuni e di valori comuni; e il livello a cui la pianificazione può essere spinta è limitato dalla misura in cui un accordo su una tale gerarchia comune di valori si può raggiungere e far rispettare. È chiaro che tale accordo sarà limitato in proporzione inversa all’omogeneità e alla similitudine di mentalità e tradizione possedute dagli abitanti di una certa area. Mentre in uno Stato nazionale la sottomissione alla volontà della maggioranza sarà facilitata dal mito della nazionalità, deve essere chiaro che le persone saranno riluttanti a sottomettersi a qualsiasi interferenza nei loro affari quotidiani quando la maggioranza che decide il governo è composta da individui di diverse nazionalità e tradizioni. È semplice buonsenso che il governo centrale in una federazione composta di molti popoli dovrà essere di portata ristretta se vuole evitare d’incontrare una resistenza crescente da parte dei vari gruppi che essa include>>.

La conclusione e l’auspicio ai quali perviene l’analisi di Hayek è che in una federazione tra Stati, che non sia né una semplice alleanza né una completa unificazione, i poteri economici che sono detenuti dai singoli Stati autonomi non potrebbero essere pienamente esercitati né dalla federazione, né dai singoli Stati federati, con il risultato di ridurre notevolmente l’interventismo governativo, logico compimento del programma liberale. Le forze di mercato, affrancate da vincoli e costrizioni, spingeranno nella direzione dell’abrogazione delle sovranità nazionali mentre il trasferimento di poteri di governo al livello federale dipenderà dalla possibilità di raggiungere un vero accordo, oggettivamente difficile da conseguire in ragione dei diversi interessi in gioco: <<dovremo rassegnarci – scrive Hayek ma non sembra molto dispiaciuto – a non avere su certi temi alcuna legislazione piuttosto che avere legislazioni statali incompatibili con il libero funzionamento dei mercati e quindi incompatibili con l’unità economica>>. A questo scopo <<la federazione dovrebbe avere il potere negativo di impedire ai singoli Stati certe interferenze con l’attività economica, sebbene essa possa non avere il potere positivo di agire in loro vece>>.

I poteri statali saranno ridotti in conseguenza sia delle funzioni assunte dalla federazione, sia di quelle che non possono essere svolte né dalla federazione, né dagli Stati. In una federazione che porta a compimento il programma liberale la politica economica perde ampiamente la ragion d’essere quale strumento di governo dell’economia e dovrà assumere una prospettiva nuova: <<la politica economica dovrà consistere nel fornire un quadro razionale permanente all’interno del quale l’iniziativa individuale avrà il più ampio spazio possibile e le si permetterà di operare nel modo più benefico possibile>>. Ecco la sintesi del sogno di Hayek: la mutazione genetica dello Stato da attore guida dell’economia e correttore dei limiti del mercato e delle sperequazioni da esso prodotte, ad architetto cui è affidato il compito di erigere una struttura permanente di regole all’interno della quale il libero mercato può agire in piena autonomia. Architetto del teatro, non attore sulla scena economica. Ecco la mutazione genetica: con la sottrazione di strumenti della politica economica e con la riduzione degli spazi di manovra, il “governo delle scelte” si trasforma in “governo delle regole”.

Lo Stato nazione diventa, così, strumento passivo di recepimento e di attuazione di un ordine sovranazionale. Si riducono gli spazi per la gestione della domanda interna e per gli interventi ai fini di giustizia sociale e di contrasto alle disuguaglianze. Si riduce il campo, ad esempio, per la protezione del lavoro (statuto dei lavoratori, contratti collettivi, lavoro a tempo indeterminato, welfare, ecc.): il lavoratore deve diventare imprenditore di se stesso e gestore del proprio “capitale umano“, in concorrenza con gli altri lavoratori, e deve ritenersi responsabile della propria competitività. Se hai fallito in questo, la responsabilità è tua, non del sistema economico e sociale che, pure, è chiamato ad offrire supporti e strumenti adeguati: la scuola e l’università delle “competenze” finalizzate al mercato del lavoro. Uno Stato che, anziché rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale (art. 3 della Costituzione), si propone di fornire qualche aiuto per l’allenamento e per l’acquisizione della competitività nel salto degli ostacoli. Insomma, se la gazzella finisce in bocca al leone è perché non ha corso abbastanza velocemente: una visione darwiniana in esplicito contrasto con il compito che la Costituzione affida allo Stato di rendere effettivi i principi di uguaglianza e di giustizia sociale. Ne consegue che un’economia guidata dalla concorrenza determina inevitabilmente vincitori e vinti e a questi ultimi non rimane altro che cercare di sviluppare la propria competitività. Si determinano due fronti di conflitti. Il primo riguarda il rapporto tra capitale e lavoro e ha per oggetto la disciplina contrattuale e la distribuzione del reddito tra profitti e salari. Il secondo fronte è interno al capitale: laddove al crescere della dimensione cresce la competitività, i capitali più grandi hanno la meglio sui capitali più piccoli, come risulta evidente dalla tendenza alla centralizzazione del capitale in un numero sempre più ristretto di mani. Le due tipologie di conflitti concorrono a spiegare la crescita delle disuguaglianze come portato inevitabile del capitalismo liberale.

L’analisi di Hayek spiega la fondamentale distinzione tra vecchio e nuovo liberalismo, magistralmente indagata da P. Dardot e Ch. Laval (La nuova ragione del mondo. Critica della razionalità neoliberista). Il nuovo liberalismo abbandona la concezione “naturalistica” del mercato; il mercato non è più considerato un fenomeno naturale, spontaneo, che nasce, si sviluppa e si regola autonomamente in virtù delle proprie forze. Il neoliberalismo supera questa concezione ottocentesca acquisendo la consapevolezza che il mercato è una costruzione sociale che deve essere fatta crescere e deve essere presidiata dalla politica, ma non attraverso decisioni discrezionali e contingenti, bensì attraverso un sistema permanente di regole. In questo nuovo ordine, lo Stato non governa l’economia ma ha il compito di stabilire la cornice regolamentare all’interno della quale si svolge la libera attività economica ed ha il compito di sorvegliare e punire la trasgressione delle regole.

È sorprendente constatare come il progetto auspicato da Hayek descriva i tratti fondamentali dell’Unione, come la sua analisi abbia trovato il proprio inveramento nell’architettura europea. Basti pensare che “l’intero quadro istituzionale di Maastricht riflette i principi centrali dell’ordoliberalismo e dell’economia sociale di mercato” (Jens Weidman, Presidente della Bundesbank, Conferenza all’istituto Walter Eucken, Fribourg en Brisgau, 11.02.2013). Ci sono evidenze inconfutabili che l’ideologia ordoliberale sta alla base dell’intero sistema dell’Unione Europea e dà forma e sostanza al suo funzionamento e alle logiche che la caratterizzano. Lo stesso Mario Draghi nel 2013, in occasione del saluto a Stanley Fischer per la fine del suo mandato da governatore della banca centrale israeliana, afferma nel suo discorso che “la costituzione monetaria della Bce è fermamente radicata nei principi dell’ordoliberalismo”.

In particolare, in riferimento alla neutralizzazione della politica economica da precostituirsi in un quadro razionale permanente, alcune considerazioni di Alessandro Mangia (che riassumo) evidenziano quanto l’UE si rispecchi nel saggio di Hayek. L’UE non è uno Stato, né nazionale, né federale (come appunto auspicato da Hayek, e riflettano su questa condizione i sognatori degli Stati Uniti d’Europa). Il suo indirizzo politico non è dato dall’esito di elezioni e non si manifesta in atti di governo. L’indirizzo politico dell’UE è già ab origine inscritto in un quadro razionale permanente costituito dalle regole contenute nei Trattati TUE e TFUE e in tutta un’altra serie di atti che compongono l’assetto istituzionale dell’Unione. Le regole hanno sostituito la politica, in particolare hanno sostituito la politica economica.

Di questo quadro razionale e degli indirizzi inscritti nei Trattati, che sono vincoli giuridici, gli organi dell’UE decidono l’attuazione, non il contenuto, e decidono controlli e sanzioni per chi non rispetta le regole. Tutt’al più le disposizioni dei Trattati possono essere sospese come è avvenuto in presenza delle crisi più recenti quando si è resa manifesta l’incapacità di contrastarle efficacemente a legislazione vigente. La politica economica è codificata nei Trattati che riflettono e cristallizzano un accordo sugli indirizzi di governo che i paesi membri si sono impegnati a perseguire. L’UE non ha bisogno di un Parlamento che sia luogo di rappresentanza e di mediazione politica, come lo sono i Parlamenti nazionali, e non ha bisogno di un governo che risponda al Parlamento. Secondo Mangia <<la vera forma di governo europea è questa, ed è fatta di interessi che si rappresentano da soli e che prescindono dalla mediazione politica offerta dal lavoro parlamentare>>. Gli interessi in gioco sono cristallizzati nelle regole e là dove rimangono margini di manovra le scelte son frutto del diverso peso che i paesi membri hanno negli organi e nelle strutture burocratiche dell’Unione e non dipendono minimamente dal voto degli elettori, dalle maggioranze in seno al Parlamento europeo e dalla composizione della Commissione. Queste sono logiche da Stato nazionale che, come auspicato da Hayek, devono essere superate: <<nella sfera nazionale diventa ogni giorno più ovvio che una democrazia funziona soltanto se non la sovraccarichiamo e se le maggioranze non abusano del loro potere di interferire con la libertà individuale […] il prezzo che dobbiamo pagare è la restrizione del potere e dell’ambito di intervento del governo; si tratta certamente di un prezzo non troppo alto, e tutti coloro che credono sinceramente nella democrazia dovrebbero essere preparati a pagarlo>>.

Ma come può esprimersi la democrazia se viene svuotata la cassetta degli attrezzi dei governi, se la politica viene sostituita dalle regole? Come può realizzarsi una repubblica democratica fondata sul diritto/dovere al lavoro? Come può realizzarsi la piena occupazione? Come si può impedire che l’iniziativa economica privata si svolga in contrasto con l’utilità sociale? Come può lo Stato rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese?

Nel 1939 Hayek non poteva sapere che dalle dittature e dalla seconda guerra mondiale sarebbero uscite Costituzioni democratico-sociali come la nostra e che il tentativo di affermare principi e dogmi di un’ideologia neoliberale non appartenenti alla nostra storia e alla nostra civiltà sarebbe stato respinto nel dibattito in seno all’Assemblea ad opera della schiacciante maggioranza dei Costituenti.   Luciano Barra Caracciolo (La Costituzione nella palude, pag. 96 e seg.) ricostruisce il tentativo, soprattutto ad opera di Einaudi, di introdurre principi ordoliberali nel testo costituzionale. “<<Tuttavia – scrive Barra Caracciolo – quest’ultimo testo è invece frutto di dottrine economiche diverse ma convergenti sul punto, che ritenevano definitivamente archiviato lo stesso neo-liberismo, la scienza dell’800, dunque niente affatto nuova (come si tenta di affermare oggi in contrapposizione alla presunta vecchia Costituzione); cioè i Costituenti, che prevalsero ampiamente, la consideravano una dottrina rivelatasi superata e fallimentare”. 

Hayek non poteva sapere che il suo progetto avrebbe incontrato ostacoli nelle leggi fondamentali di singoli Stati, ma aveva ben chiaro come questi sarebbero stati superati. Il logico compimento del programma liberale si sarebbe verificato spontaneamente e senza impedimenti come conseguenza inevitabile di una federazione interstatale che non sia una semplice alleanza, né una completa unificazione.

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