FENOMENOLOGIA DI DONALD TRUMP: IL DITO E LA LUNA (seconda parte)

9. E’ possibile tornare direttamente al primo quadrante?

Evidenziata, nella prima parte del post, l’urgente necessità di invertire la tendenza degli squilibri economici americani proiettati nella loro corsa esponenziale verso l’insostenibilità, si tratta ora di esaminare le condizioni che sarebbe necessario promuovere al fine di invertire il percorso, seguendo la via più breve, per tornare direttamente dal secondo al primo quadrante, approdo che restituirebbe agli USA il privilegio esorbitante senza subirne gli “oneri esorbitanti“. A questo proposito, è necessario mettere ulteriormente a fuoco le relazioni che legano i saldi commerciali delle tre principali aree economiche. Lo faccio utilizzando un’immagine poco scientifica ma, credo, utile per salire di qualche altro gradino nella conoscenza di problemi complessi con chiavi di lettura semplici, come è l’obbiettivo dichiarato di questo post.

L’immagine aiuta a comprendere l’unitarietà del fenomeno che stiamo esaminando. Non siamo in presenza di due fenomeni autonomi e distinti e cioè, da un lato, il surplus commerciale di Cina e UE e, dall’altro, il deficit commerciale americano, come se fossero indipendenti l’uno dall’altro. In economia, come nelle medaglie, i fenomeni hanno due facce: non può esistere un debito se a fronte di questo non c’è un credito; non può esistere un acquisto se non c’è una vendita (correttamente nel lessico giuridico si parla di compravendita); la svalutazione di una moneta è, implicitamente, anche la rivalutazione di una o più altre monete; una esportazione è, nello stesso tempo, un’importazione se vista nell’ottica dell’acquirente. Allo stesso modo, non può manifestarsi la condizione economica di deficit commerciale degli USA se, implicitamente e contemporaneamente, non si verifica la condizione di surplus nelle altre due aree. Ciò, ovviamente, considerando per semplificazione un mondo limitato alle tre aree. Resta fermo comunque il fatto che la somma dei surplus di tutti i paesi esportatori netti non può che essere uguale alla somma dei deficit di tutti i paesi importatori netti.

Al fine di un ulteriore approfondimento, si deve considerare che, oltre ad essere definiti come differenze tra importazioni ed esportazioni, quelli che sopra sono stati indicati come “squilibri” possono essere identicamente definiti come divari tra risparmi e investimenti interni ai rispettivi paesi, ove i risparmi corrispondono a ciò che residua una volta detratti dal prodotto nazionale i consumi privati e pubblici. Ciò ad indicare che gli squilibri trovano spiegazione, a monte, nelle contrapposte politiche che determinano gli assetti macroeconomici delle aree economiche in questione. La Cina e l’UE mantengono consumi e investimenti al disotto di quanto consentirebbe loro il livello della produzione di beni e servizi. L’eccedenza del risparmio sugli investimenti libera risorse per l’esportazione. Al contrario, negli USA, elevati consumi e investimenti comportano che l’insufficienza del risparmio sia compensata dalle importazioni. Inoltre, è opportuno precisare che, per quanto sopra indicato, i due assetti contrapposti non si prestano ad una lettura che li ponga in relazione di causa ed effetto. Non è la sovraproduzione cinese la causa del deficit americano e non è il modesto livello del risparmio degli americani la causa del surplus cinese. Sono entrambi, simultaneamente e reciprocamente, causa ed effetto.

Il riequilibrio (le due frecce blu nell’immagine) implica necessariamente modifiche simultanee e contrapposte nei modelli di sviluppo delle tre aree. Gli USA dovrebbero promuovere politiche monetarie e fiscali restrittive finalizzate a contenere la crescita della domanda per consumi e investimenti: esattamente il contrario del programma dichiarato da Trump al suo elettorato e il contrario di quanto sopra indicato nella “bussola del presidente”. Dal lato opposto, si dovrebbero simultaneamente modificare, sostenendo la domanda interna, assetti economici e sociali che sono il risultato di politiche pluridecennali ritenute vantaggiose e deliberatmente perseguite. Come è facile comprendere, nessuna delle tre aree intende modificare i propri assetti economici e i propri modelli di sviluppo e, in ogni caso, i mutamenti richiederebbero improbabili intese concordate e tempi molto lunghi non compatibili con l’urgenza delle correzioni. Potrebbe anzi accadere che eventuali (e impensabili) politiche americane restrittive potrebbero essere rese inefficaci, se non addirittura vanificate, da comportamenti opportunistici adottati nelle altre due aree a difesa dei propri vantaggi (ulteriore contenimento del costo del lavoro e dei prezzi, aiuti di Stato, manipolazioni valutarie). Si verifica pertanto una condizione di dialogo fra sordi che contrappongono interessi divergenti e argomentazioni pro domo propria.

10. La politica trumpiana implica il passaggio intermedio dal quarto quadrante

L’idea interpretativa che propongo considera che, nello stallo sopra richiamato e considerata l’urgenza della correzione degli squilibri, non sia concretamente praticabile un ritorno concordato e diretto dal secondo quadrante alla situazione descritta dal primo quadrante. In altri termini, Trump non aveva e non ha altra scelta praticabile che non sia l’adozione di provvedimenti aggressivi e di impatto immediato (il comportamento banditesco descritto dal quarto quadrante), provvedimenti che sono strumentali all’obbiettivo di pervenire alla negoziazione di accordi finalizzati ad accollare alle controparti gli oneri dell’aggiustamento degli squilibri e, quindi, finalizzati al ritorno al primo quadrante tramite il passaggio intermedio attraverso il quarto quadrante.

La rilevanza della posta in gioco per gli USA e le condizioni di stallo sopra richiamate spiegano l’atteggiamento aggressivo e la dichiarazione di una vera propria guerra commerciale. Proprio di “guerra” ha parlato Trump nel discorso di insediamento alla Casa Bianca: “se dovessimo perdere la funzione del dollaro come moneta internazionale, penso che ciò sarebbe l’equivalente della sconfitta in una guerra“. L’approdo al quarto quadrante pertanto rappresenterebbe, nella strategia trumpiana, un passaggio intermedio e strumentale ai fini del risultato finale. Per contro, anche i detrattori della politica dei dazi parlano di guerra commerciale, “la guerra commerciale più stupida che sia mai stata combattuta” e ne prospettano un esito infausto, dannoso sia per gli USA, sia per gli altri paesi (cito per tutti il Wall Street Journal), esito che nella tassonomia di Cipolla si collocherebbe nel quadrante della stupidità: da un alto, scaffali vuoti e pressioni sui prezzi negli USA e, d’altro lato, produzioni invendute, fallimenti e disoccupazione nelle altre aree.

La chiave di lettura che propongo è fondata sull’idea che la politica dei dazi presenta due aspetti da considerare separatamente. Da un lato, c’è un “copione” da recitare (“la strategia”) ben definito e strutturato dai consiglieri economici di Trump. D’altro lato, c’è la “recitazione” del copione, la “tattica” adottata dal Presidente per realizzare la strategia, c’è la rappresentazione scenica, la teatralità politica, inevitabilmente legate alla persona del Presidente, al suo carattere e alla sua esperienza di uomo d’affari.

Considerando quest’ultimo aspetto è opportuno ricordare che Trump è l’autore di un best seller: “The art of the deal“, l’arte della negoziazione.

Trump interpreta il copione ed il proprio ruolo nella esclusiva veste di uomo d’affari: se vuoi ottenere un risultato devi negoziare e, per farlo con successo, devi valutare le carte che hai in mano e quelle che sono nelle mani della controparte. Se hai forza contrattuale, la devi esercitare anche mettendo la pistola sul tavolo; soltanto così puoi portare a casa buoni accordi.

“Noi abbiamo le carte vincenti da giocare, gli altri devono passare la mano e devono pagare le fishes che stanno sul piatto. La Cina ha in mano una coppia di due”: sono parole di Scott Bessent Segretario al Tesoro nel governo di Trump ad indicare che la Cina ha bisogno degli USA (per collocare la sovraproduzione non assorbibile all’interno), più di quanto l’economia americana abbia bisogno delle merci cinesi. “Gli altri devono accettare le nostre condizioni perché hanno in mano carte perdenti, devono pagare quanto è necessario per riportare sotto controllo la nostra bilancia dei pagamenti, il nostro disavanzo fiscale e il nostro debito pubblico“. Questa è la condizione perché gli altri possano continuare a beneficiare della protezione e dei servizi che gli Stati Uniti forniscono al resto del mondo con una generosità che, ultimamente, è sfociata perfino nell’autolesionismo. E’ finito il tempo della generosità e dei costi che, a causa di questa, gli Stati Uniti si sono accollati. E’ questa la narrazione trumpiana a supporto della politica dei dazi. Una narrazione che, secondo molti critici, non potrà portare all’esito sperato. E’ tuttavia supportata da almeno quattro carte vincenti:

a) la non sostituibilità del dollaro come moneta internazionale e come strumento di investimento stabile e sicuro in quanto governato da uno stato di diritto affidabile (non ci sono alternative credibili in vista);

b) il disegno strategico dichiarato di restringere il “cortile di casa” al continente americano (con implicita volontà di rispettare le zone di influenza di Cina e Russia);

c) l’uso dell’ombrello militare come strumento di negoziazione con i paesi amici;

d) il minaccioso attacco frontale all’Unione Europea come strumento per agevolare l’ingresso di merci e servizi americani in territorio europeo.

Ecco perché Cipolla collocherebbe questo comportamento nel quarto quadrante, l’area del banditismo: il comportamento di chi persegue il proprio vantaggio a discapito delle controparti usando le minacce, il ricatto, le ritorsioni. Ecco perché molti commentatori, anche molto qualificati, si sono domandati a quale tipologia di banditismo si possa ricondurre il comportamento di Trump. Cito per tutti il Financial Times: ha scritto che per capire la politica trumpiana bisogna guardare un film di Francis Ford Coppola “Il Padrino”. I dazi non sarebbero altro che il “pizzo” da pagare sotto ricatto, in cambio di servizi e di protezione. Sono parole durissime quelle del Financial Times in un articolo di Gideon Rachman (“A mob boss approach to markets” 08.04.2025): “è sorprendente vedere che i metodi della criminalità organizzata sembrano essere stati importati fin dentro lo Studio Ovale. C’è un chiaro sentore di Don Corleone nell’approccio di Donald Trump al commercio e alla diplomazia. Il metodo del Tycoon sui dazi è quello del boss di cosa nostra che prende il controllo di un territorio e chiede il pizzo; Trump tratta Putin e Xi Jinping come se fossero capi di famiglie rivali: ci saranno momenti di scontro, ma alla fine l’obbiettivo è raggiungere un accordo sulle aree di influenza, un patto tra famiglie mafiose: ciascuna ha libertà d’azione sul proprio territorio“.

Cosa si propone di ottenere Trump attraverso dazi e negoziazioni? Come pensa di riportare sotto controllo la bilancia commerciale, il disavanzo fiscale e il debito pubblico?

a) in primo luogo mira ad ottenere una svalutazione del dollaro nei confronti dell’euro e dello yuan (cosa che sta già ottenendo) al fine di favorire le esportazioni americane e di rendere più costose le importazioni;

b) i contributi degli alleati alla spesa per la difesa dovrebbero sostenere le esportazioni di materiale bellico e surrogare la spesa a carico del bilancio federale con non trascurabile impatto sul contenimento del disavanzo che beneficerebbe anche delle entrate fiscali derivate dall’applicazione dei dazi sulle importazioni;

c) la “moral suasion” negoziale dovrebbe sostenere l’esportazione di gas americano e ammorbidire le regole (soprattutto europee) che ostacolano la penetrazione di merci e servizi in territorio europeo;

d) le negoziazioni dovrebbero convincere le controparti a sottoscrivere titoli del Tesoro americano con scadenza pluridecennale con il risultato di consolidare il debito pubblico;

e) il rientro in patria di imprese americane e gli investimenti negli USA di imprese di altri paesi dovrebbero avere un positivo impatto sulla re-industrializzazione e sull’occupazione.

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