FENOMENOLOGIA DI DONALD TRUMP: IL DITO E LA LUNA (prima parte)

1. Premessa

L’Associazione “Italia a confronto” mi ha chiesto di proporre una relazione sul fenomeno Trump e sulla politica dei dazi. Per la stessa Associazione avevo tenuto, in passato, la relazione introduttiva nel Convegno “Transizione energetica: l’auto del futuro deve essere elettrica?” (qui il testo del mio intervento, qui il video dell’intero convegno).

Questa volta non è stato possibile registrare il video dell’incontro. Provo allora a ricostruire e a riproporre la mia relazione avvalendomi, come filo conduttore, delle slide che avevo proiettato nel corso della conversazione e in altre due occasioni successive (Rotaract Parma e Liceo Attilio Bertolucci). L’esigenza di restringere le mie relazioni nei limiti di tempo di una conferenza mi aveva costretto a contenere o ad omettere l’esposizione di temi e di concetti che, ora, in questa sede, posso liberamente riprendere e ampliare. Rimangono ovviamente invariati gli obbiettivi della mia relazione. A questo proposito, voglio precisare che parto dalla piena consapevolezza dell’assoluta complessità dei temi legati al commercio tra paesi, al sistema monetario internazionale e al ruolo del dollaro come moneta internazionale.

Non a caso Paul Krugman nel suo blog sul New York Times (qui) ricorda che il suo vecchio insegnante Charles Kindleberger “era solito dire che quelli che spendono troppo tempo a pensare alla moneta su scala internazionale diventano matti. Kindleberger voleva riferirsi a quelle persone che cominciano ad avere l’ossessione del ruolo internazionale del dollaro … e cominciano a pensare che questa sia la cosa più importante al mondo … una cosa simile accade alle persone che spendono troppo tempo a pensare in generale alla moneta, in particolare nel cercare di decodificare il significato vero della moneta e di scoprire la vera, effettiva misura dell’offerta di moneta; costoro si ritrovano col cominciare a credere che ogni cosa in economia dipenda dall’avere quella misura giusta, quando di fatto quasi nessuna cosa in economia ha una misura giusta“.

Ciò non significa che davanti alla complessità ci si debba arrendere e si debba rinunciare a salire di qualche gradino nell’informazione sul tema, soprattutto quando ci si trova ad affrontare i primi gradini di una conoscenza specifica che sono indubbiamente i più difficoltosi da superare. A questo scopo, è necessaria un’opera di semplificazione che consenta di cogliere alcuni passaggi fondamentali per poi fare rinvio ai necessari approfondimenti una volta acquisita una chiave di lettura. Ed è quanto mi propongo di fare: fornire una guida al superamento dei primi gradini.

Sono consapevole del rischio che corro, quello di cadere nella pretesa di proporre “brevi cenni sull’universo” come ammoniva un vecchio Maestro a proposito di lavori caratterizzati da una sproporzione tra l’enorme dimensione del tema e la ristretta dimensione della trattazione. Devo peraltro dire che non è stata questa la reazione di chi ha ascoltato le mie relazioni sul tema. E ciò rafforza i miei intenti divulgativi nello scrivere questo post.

Fatte queste precisazioni, mi sono dato due obbiettivi:

a) mi propongo di effettuare un’opera di mediazione culturale facendo riferimento ad alcune letture fondamentali; tra le tante, mi hanno molto aiutato a capirci qualcosa i lavori di

  • Stephen Miran, A User’s Guide to Restructuring the Global Trading System (qui)
  • Maurice Obstfeld, The U.S. Trade Deficit: Myths and Realities (qui)
  • Matthew C. Klein, Michael Pettis, Le guerre commerciali sono guerre di classe (qui)

b) in secondo luogo, mi propongo di dare evidenza ad alcuni concetti che mi sono rimasti da questi lavori e lo faccio inserendoli all’interno di una chiave di lettura semplificatrice (una sorta di navigatore-guida) che mi è sembrata molto utile per comprendere alcuni snodi di fondo e per acquisire un primo orientamento di base all’interno della complessità del quadro.

Anzitutto, propongo alcune considerazioni introduttive a proposito titolo che ho dato alle mie relazioni.

2. Introduzione

2.1 L’ottica di Polonio

In primo luogo, voglio precisare che non mi soffermerò, inizialmente, sulla fenomenologia del “personaggio Trump” (il dito) come invece fanno prevalentemente molti giornali e molte emittenti televisive. Accennerò, più avanti, al profilo caratteriale e comportamentale di Trump ma lo farò soltanto entro i limiti in cui la soggettività del personaggio si interseca con i problemi economici oggettivi dando un’impronta marcata all’attuale indirizzo della politica economica americana. Quest’ultima, tuttavia, ha origini che precedono il trumpismo e presenta, in realtà, una continuità nel tempo – e soprattutto un’accelerazione – sia nella sostanza dei problemi, sia nei provvedimenti protezionistici adottati; una continuità che non appare evidente al grande pubblico. La discontinuità con il passato si manifesta, invece, in tutta la sua evidenza soprattutto negli aspetti del comportamento, del linguaggio e della comunicazione e nella spregiudicatezza del personaggio. Ma, ripeto, l’obbiettivo di questo post non è l’espressione di un giudizio sulla persona bensì la confutazione di un approccio mediatico diffuso – e coerente con l’ideologia neoliberale – a difesa del globalismo che, ora, è messo in discussione in modo dirompente dall’inversione americana verso politiche protezionistiche.

Argomenterò, più avanti, come le politiche protezionistiche si collochino nel quadro del conflitto tra capitale e lavoro sul piano mondiale e prendano posizione – per ora più a parole che nei fatti – dalla parte del lavoro. Ecco perché Trump è guardato con sospetto da chi trae dal capitale il proprio reddito, ed ecco perché i difensori ad oltranza del neoliberalismo tendono ad alimentare una narrazione che si risolve nella denuncia della follia del personaggio. Un’opinione molto diffusa e fortemente alimentata dai media considera che, se del trumpismo capiamo poco, è semplicemente perchè non c’è nulla da capire: non ci sarebbe un disegno, non ci sarebbe una logica, non ci sarebbe una razionalità. La dimensione del trumpismo sarebbe costituita dall’improvvisazione e dalla estemporaneità legate al fatto che Trump non segue una linea dritta; il suo percorso è fatto di passi avanti e passi indietro, dice e poi fa il contrario. Ha detto di lui Joe Biden: “prima spara, poi prende la mira”.

Non condivido questa idea che non ci sia nulla da capire, che non ci sia un disegno, che non ci sia una razionalità. Trump è certamente un problema, ma non è il problema. Propongo di prendere Trump sul serio, esercizio difficile che richiede di non prenderlo alla lettera e di andare oltre la follia che molti gli attribuiscono, oltre le dichiarazioni roboanti, oltre il suo lessico povero e volgare, oltre il comportamento fuori registro che, spesso, travalica i principi della morale e i canoni dell’etica. Insomma, voglio mettermi nei panni di Polonio, padre di Ofelia e consigliere del re Claudio zio di Amleto e sposo di Gertrude, la madre di Amleto. Quando Amleto incontra Ofelia, follemente innamorata, e recita il famoso monologo, Polonio, che osserva la scena in disparte insieme a Claudio e Gertrude, commenta il monologo con le citatissime parole “Though this be madness, yet there is method in ’t” (sebbene questa sia follia, è anche vero che c’è del metodo in questa follia). In altri termini, credo che ci sia un copione (il metodo) e ci sia una recitazione (la follia del personaggio) ed è del copione che voglio parlare, un copione che sarebbe comunque recitato da chiunque si trovasse a guidare gli Stati Uniti.

2.2 L’ottica sui problemi economici dell’America che ha ri-voluto Donald Trump

Per questi motivi intendo mettere in secondo piano il “problema Trump”, almeno nella prima parte della mia relazione. Anzi, propongo di dimenticare inizialmente Trump e di focalizzare l’attenzione sui problemi che qualsiasi Presidente degli Stati Uniti sarebbe chiamato ad affrontare e a gestire. Mettiamo Trump fuori dal campo di analisi e immaginiamo che al suo posto ci sia un Presidente come piacerebbe a noi, educato, colto, rispettoso di valori e principi e ragioniamo sugli stessi problemi che anche questo Presidente, come Trump, sarebbe chiamato ad affrontare.

Che Trump sia un fenomeno è fuori discussione ma, per capire dove vuole andare quella porzione dell’America che lo ha eletto, è necessario collocare il trumpismo nel quadro delle tendenze in atto (la luna) nel sistema dei rapporti commerciali e finanziari internazionali, nelle ripercussioni a carico dell’economia USA e nelle conseguenti reazioni protezionistiche della politica economica americana che, sotto questi profili, presenta elementi di continuità rintracciabili già nella presidenza di Obama, poi nel primo mandato di Trump e, infine, nel periodo di Biden. Quest’ultimo aveva alzato i dazi già introdotti dal primo Trump e, in campagna elettorale, aveva preannunciato ulteriori aumenti; aveva anche promosso incentivi, a carico della spesa pubblica, per richiamare il ritorno in patria delle imprese americane de-localizzate e per favorire l’insediamento di nuovi investimenti produttivi da parte di imprese di altri paesi. Il secondo Trump ritrova gli stessi problemi già vissuti da lui stesso e dai suoi predecessori, ma li ritrova a livelli che sono enormemente cresciuti nel tempo e, soprattutto, li trova avviati, ora, verso condizioni di non sostenibilità prospettica. I problemi che investono l’economia americana riguardano, più che i valori assoluti correnti degli squilibri economici, la loro crescita tendenziale e l’urgente necessità di fermare i processi che li alimentano determinando una progressione esponenziale verso l’insostenibilità.

3. La complessità del quadro e un percorso di analisi

La metafora della luna mi è sembrata particolarmente indicata. Infatti, come dalla terra vediamo soltanto una faccia del nostro satellite, anche del quadro di analisi che fa da sfondo all’attuale politica economica americana ci viene prospettata dai media soltanto la parte più visibile, quella più evidente, legata a quello che possiamo definire “il trumpismo” osservato dall’Europa e nell’ottica degli interessi europei. Con la mia relazione cerco di dare visibilità al dark side of the moon seguendo il percorso delineato nella seconda slide sopra riportata che rappresenta l’indice che intendo seguire nella mia esposizione. In particolare, mi ripropongo di mettere in evidenza problemi e politiche trumpiane osservate dal punto di vista americano.

La mia analisi parte da una constatazione che, credo, tutti abbiamo colto: si è rotto un equilibrio: c’è un prima e c’è un dopo. Nel prima l’assetto del commercio internazionale andava più o meno bene per tutti; tutti ne traevano vantaggio in un modo o nell’altro. Per capire il trumpismo, bisogna fare qualche passo indietro, capire cosa si è rotto e quali sono state le conseguenze della rottura. Il percorso che propongo parte, pertanto, dalla focalizzazione del preesistente equilibrio per passare, poi, alle cause della rottura e alle conseguenze che questa ha prodotto a carico dell’economia americana per affrontare, infine, problemi e strategie conseguenti che qualsiasi Presidente degli Stati Uniti sarebbe chiamato ad affrontare e risolvere. L’ottica della mia relazione è quindi assolutamente parziale: vuole mettere in evidenza il punto di vista americano. Un’ottica di parte che può essere più o meno condivisa, ma è coerente con l’obbiettivo della mia analisi che, come sopra specificato, vuole andare controcorrente e vuole confutare l’idea che non ci siano un disegno ed una razionalità di fondo nella politica trumpiana.

4. La bussola del Presidente degli Stati Uniti

Il primo passo del percorso che propongo mira a mettere in evidenza la direzione verso la quale la parte maggioritaria del Paese chiede di andare; lo chiede al Presidente chiunque esso sia. La bussola indica un nord ampiamente condiviso sia dai repubblicani, sia dai democratici.

A conferma di quanto queste relazioni in sequenza costituiscano l’impalcatura della politica americana, riporto nella slide seguente alcune dichiarazioni di Trump.

La sicurezza è da sempre la prima preoccupazione della società americana. E’ il valore primario. A questo proposito, la lettera con la quale i dazi applicati all’UE vengono stabiliti, temporaneamente, al 30% è illuminante: “Il disavanzo commerciale degli Stati Uniti nei confronti dell’Europa è una grande minaccia all’economia americana, anzi alla sicurezza nazionale americana“. La sicurezza del Paese è strettamente legata all’egemonia su larga parte del pianeta e ciò nella convinzione che l’egemonia coincida con la realizzazione di un ordine mondiale che sia improntato ai criteri stabiliti a Washington. La sicurezza e il predominio militare sono sempre più messi in discussione dall’attuale assetto delle relazioni economiche internazionali non per via diretta, ma attraverso la catena di relazioni sopra indicata.

Gli Stati Uniti intendono riaffermare la propria centralità e supremazia economica, militare e tecnologica e ritengono che questo obbiettivo richieda, in primo luogo, la ricostruzione dell’apparato industriale che risulta fortemente indebolito dalle ripercussioni negative che derivano dall’attuale assetto delle relazioni economiche e finanziarie internazionali. E ciò comporta una controffensiva economica e tecnologica che ha come obbiettivo finale l’esigenza di arginare il ruolo della Cina come fabbrica del mondo e richiede di ridefinire i rapporti con l’Europa, la cui importanza relativa per la sicurezza nazionale è diminuita sul piano della presenza militare (soprattutto a seguito dei ritrovati accordi con la Russia) ma è invece cresciuta ed è una minaccia (non diversamente dalla Cina) sul piano delle relazioni commerciali. Il perseguimento dell’obbiettivo finale (la sicurezza) passa necessariamente attraverso l’obbiettivo intemedio della ristrutturazione dell’industria nazionale.

La parola sicurezza è ricorrente nel lessico di Trump anche perché gli ordini esecutivi da lui emanati trovano fondamento giuridico (improprio secondo l’opposizione e comunque in discussione presso la Corte Suprema) in una norma del 1997 che attribuisce pieni poteri al Presidente, in materia di commercio internazionale, ove si manifestino emergenze che rappresentino una minaccia per la sicurezza del Paese.

Di fronte al problema della sicurezza tutto passa in secondo piano, comprese le ragioni della politica, comprese le ragioni delle buone relazioni con i paesi alleati, comprese le ragioni dell’economia, del libero mercato e dell’autonomia decisionale delle imprese. Ma non è una specificità degli Stati Uniti. Dovrebbe essere il compito primario di ogni Stato.

Per inciso, non si può non rimarcare, a questo proposito, una congenita distopia europea – fra le tante distopie che hanno caratterizzato l’UE fin dalle sue origini – resasi evidente quando nel 1953 fallì il progetto di attivazione di un esercito europeo nell’ambito della Comunità di Difesa Europea (CED). Fin d’allora, l’Europa ha rinunciato al primo mattone per la costruzione di un utopistico stato federale unitario. Soltanto nei mesi scorsi l’Unione Europea ha risollevato il tema dimostrando però, ancora una volta, quanto sia utopistico immaginare di poter legare i 27 paesi membri in un assetto compiutamente statuale.

Gli USA spendono oltre 1.000 miliardi all’anno per la difesa, e mantengono 800 basi militari in 80 paesi. Il Pentagono è la prima impresa al mondo per numero di dipendenti. La spesa americana per la difesa risulta superiore a quella cumulata dei dodici paesi che seguono gli USA in questa speciale classifica. Sicurezza vuol dire anche sicurezza dei confini e di quanto passa attraverso i confini: immigrazione illegale e narcotraffico. La garanzia della sicurezza presuppone il predominio militare e questo, a sua volta, presuppone la leadership industriale e tecnologica. Lucio Caracciolo in un recente podcast su Limes on line, a proposito delle conseguenze della de-industrializzazione in atto, ha ricordato che il capo della strategia del Pentagono lo ha detto a chiare lettere al Congresso: il Pentagono ha piena consapevolezza che se gli Stati Uniti dovessero fare una guerra alla Cina le probabilità di vittoria sarebbero tali da sconsigliare ogni velleità. Le minacce fondamentali che mettono in discussione il predominio militare consistono nel processo di de-industrializzazione, nella perdita di leadership in alcuni settori delle tecnologie più avanzate, nell’insufficiente produzione di acciaio e alluminio, nella carente disponibilità di terre rare. Infine, e così si arriva all’origine dei problemi, la causa di queste minacce viene imputata all’attuale assetto del sistema degli scambi economici e finanziari a livello internazionale, assetto che, anche per effetto dei comportamenti opportunistici della Cina e dell’UE in particolare, ha alimentato la de-industrializzazione americana. L’esigenza di una svolta drastica ed immediata nelle relazioni economiche internazionali è il punto centrale della “bussola” ed è fondata sull’idea che l’economia, da possibile elemento critico, quale è attualmente, possa tornare ad essere strumento di potere, di pressioni, di incentivi e di sanzioni, da attivare non solo contro il principale avversario (la Cina), ma anche verso alleati che mostrino segni di inaffidabilità e di disallineamento, e ciò la fine di ripristinare un ordine economico e finanziario mondiale che coincida con l’interesse nazionale americano. Nel discorso del “Liberation day” (2 aprile 2025) Trump ha affermato: «Per decenni, il nostro paese è stato saccheggiato, derubato, violentato e depredato da nazioni vicine e lontane, sia amiche che nemiche».

E’, pertanto, dalle criticità dell’attuale assetto degli scambi economici e finanziari a livello internazionale che occorre partire al fine di illuminare il lato oscuro della luna indicata nella prima slide dal dito di Trump.

5. Come orientarsi nella complessità del quadro di analisi

Richiamata la complessità del quadro oggetto di analisi, ora, al fine di acquisire una conoscenza di base dei problemi, è necessario effettuare un’operazione di semplificazione. In altri termini, si rende necessario identificare una chiave di lettura che rappresenti un percorso lineare, semplice, percorribile agevolemente anche da chi non è provvisto di un bagaglio culturale in campo economico oppure, avendolo, vuole evitare di diventare matto secondo il monito di Kindleberger sopra richiamato. E’ necessario dotarsi di uno strumento di analisi che ci aiuti ad identificare un punto di partenza (l’assetto prima della rottura degli equilibri), metta in evidenza il tragitto percorso fino ad oggi e, infine, mostri le strade che si potrebbero percorrere in futuro. Insomma, ciò di cui abbiamo bisogno è un navigatore.

6. Il navigatore di Carlo M. Cipolla

Lo strumento di analisi che propongo è derivato, con opportuni adattamenti, da un intelligente e divertente saggio, tradotto in 13 lingue, scritto da Carlo M. Cipolla, professore emerito dell’Università di Berkeley, in California, ove insegnava Storia Economica.

Tante volte abbiamo sentito o letto che la politica dei dazi genera il conflitto commerciale più STUPIDO che si possa immaginare (lo hanno scritto persino l’Economist e il Wall Street Journal). Abbiamo letto che Trump è un BANDITO (lo ha scritto persino il Financial Times). Tante volte abbiamo sentito lo stesso Trump dire che è finito il tempo dell’assetto EQUILIBRATO delle relazioni economiche internazionali, assetto vantaggioso per tutti, assetto che si è progressivamente guastato per l’eccessiva generosità degli Stati Uniti che hanno aperto al resto del mondo i propri mercati delle merci e della finanza senza porre limiti; una generosità della quale i paesi partner hanno approfittato anche conducendo politiche opportunistiche. Abbiamo pertanto sentito Trump affermare che siamo, ora, nel tempo della GENEROSITA’ AUTOLESIONISTA degli Stati Uniti, paese che si fa carico integralmente dei costi legati all’attuale assetto degli scambi internazionali mentre i partner commerciali e finanziari ne traggono integralmente e gratuitamente i vantaggi approfittando della disponibilità degli Stati Uniti e per di più adottando comportamenti opportunistici.

Insomma, comportamenti equilibrati, comportamenti stupidi, comportamenti autolesionisti, comportamenti banditeschi sono le parole-chiave da mettere in sequenza in un percorso ragionato. Ed è proprio questa la tassonomia dei comportamenti umani che Cipolla propone nel suo fortunatissimo saggio sulle “Leggi fondamentali della stupidità umana” utile, a mio avviso, per guidarci nella complessità del trumpismo con la semplificazione di limitare a tre aree (USA, UE, Cina) la dinamica dei comportamenti e delle relazioni economiche internazionali.

Quando accendiamo il navigatore di Cipolla, opportunamente adattato, appare questa videata:

L’asse orizzontale identifica il comportamento degli USA e ne propone una graduazione in positivo o in negativo in funzione dei vantaggi o degli svantaggi per il propio paese. L’asse verticale propone la stessa metrica per i partner commerciali e finanziari degli Stati Uniti. Dall’incrocio degli assi è possibile individuare quattro quadranti che riconducono il comportamento americano alla seguente legenda:

Il primo quadrante rappresenta l’area del comportamento equilibrato e intelligente di chi persegue il proprio interesse e, nello stesso tempo, genera vantaggi anche per il prossimo. Nel secondo quadrante si colloca il comportamento di chi genera vantaggi per il prossimo a proprio discapito per eccesso di generosità o per sprovvedutezza autolesionistica. Il terzo quadrante rappresenta l’area nella quale si manifesta la stupidità, ovvero il comportamento di chi arreca danni ai propri interlocutori danneggiando, nel contempo, anche se stesso, diversamente dal bandito (quarto quadrante) che, invece, si propone di arrecare danni al prossimo per acquisire vantaggi per se stesso.

Se chiediamo al navigatore di indicare il percorso compiuto fino ad oggi (frecce blu) appare questa videata:

Il percorso indica un punto di partenza nel primo quadrante, seguito da un progressivo lento trasferimento verso il secondo quadrante e, infine, indica l’attuale approdo al quarto quadrante, traguardo cui hanno condotto le politiche dei dazi promosse da Trump. Se poi chiediamo al navigatore di indicare le strade che potrebbero essere percorse in futuro, compaiono le frecce rosse ad indicare che la politica dei dazi potrebbe avere uno sbocco positivo tale da riportare all’equilibrio rappresentato nel primo quadrante, approdo che rappresenterebbe l’esito favorevole perseguito dal governo Trump e costituirebbe il successo delle sue politiche. D’altra parte, il navigatore prospetta anche la strada alternativa, da evitare, la strada dell’insuccesso che porterebbe all’approdo nel terzo quadrante – terra incognita – e che, a buon titolo, consegnerebbe alla storia il fallimento delle politiche trumpiane, contrassegnandole con l’epiteto della stupidità responsabile di una recessione mondiale probabilmente senza precedenti nella storia.

7. Il percorso dal primo al secondo quadrante. Il “privilegio esorbitante“

Il primo quadrante rappresenta lo stato delle relazioni commerciali e finanziarie internazionali “prima” della rottura degli equilibri. In realtà, come è evidenziato dalla slide seguente, non si trattava di un equilibrio fifty fifty cioè quello che si sarebbe collocato sulla bisettrice, ma si posizionava originariamente nello spazio al di sotto di quest’ultima, là dove la metrica cipolliana indica che il vantaggio per gli USA era ampiamente maggiore rispetto al vantaggio degli altri paesi. Tuttavia questi ultimi si lamentavano ma non si opponevano; tutto sommato, andava bene anche per loro e, in ogni caso, non c’erano alternative praticabili. Il maggiore vantaggio, risalente agli Accordi di Bretton Woods del 1945, derivava dalla funzione di moneta internazionale attribuita al dollaro da quegli accordi. Questo vantaggio è definito, nella letteratura economica, con l’espressione “privilegio esorbitante” come lo etichettò Valéry Giscard d’Estaing Presidente della Francia negli anni ’70.

Per cogliere l’essenza del privilegio basti pensare che il paese che emette la moneta internazionale – moneta che gli altri paesi domandano per costituire le riserve ufficiali, per effettuare i pagamenti internazionali e per effettuare investimenti sicuri – proprio per l’effetto della crescente domanda da parte del resto del mondo, non incontra vincoli monetari nel consumare e investire più di quanto produce e può agevolmente colmare il disavanzo commerciale pagando le importazioni con la propria moneta, cioè accumulando debiti verso il resto del mondo. E, pertanto, come risvolto finanziario del disavanzo commerciale, non incontra vincoli nell’indebitare il proprio sistema economico verso l’estero a tassi contenuti perchè chi detiene dollari – acquisiti con le esportazioni verso gli USA o con acquisti nel mercato dei cambi – trova nel sistema finanziario americano le migliori opportunità di investimento, quanto meno sotto i profili della liquidità, della sicurezza, della certezza del diritto. In altri termini, il privilegio di essere l’emittente della moneta internazionale ha posto gli USA nella condizione permissiva di “poter vivere al disopra delle proprie possibilità” (importazioni superiori alle esportazioni) emettendo, appunto, debiti che sono graditi e domandati dal resto del mondo come strumenti di pagamento, di riserva e di investimento.

Una metafora, un po’ forzata ma utile per capire, descrive il privilegio come il comportamento di una persona che, entrata in un negozio, spende in acquisti più del proprio reddito e, al momento del pagamento, rilascia una nota nella quale scrive di essere debitore per l’importo degli acquisti, nota che il venditore accoglie con piena soddisfazione – e qui sta la condizione permissiva – perchè potrà utilizzarla per pagare dipendenti e fornitori.

Ancora per cogliere l’essenza del privilegio, può essere un esercizio utile pensare ai vantaggi che ne avrebbe ricavato l’economia italiana qualora, a suo tempo, avessimo potuto pagare in lire il petrolio e le altre importazioni e se il sistema finanziario italiano fosse stato considerato dal resto del mondo una destinazione conveniente e prioritaria per gli investimenti finanziari.

Gli Stati Uniti hanno per lungo tempo beneficiato del privilegio esorbitante, ma occorre considerare che, in economia, il troppo stroppia.

Quanto può durare un assetto delle relazioni economiche internazionali in cui un paese (gli Stati Uniti) è importatore netto in modo sistematico e in misura crescente e, per contro, altri paesi (soprattutto Cina e paesi dell’eurozona) sono simmetricamente esportatori netti in modo sistematico e in misura crescente?

Quanto può durare un assetto che consente ad un paese di vivere al disopra delle proprie possibilità facendo leva sul debito mentre, simmetricamente, altri paesi vivono al disotto delle loro possibilità consumando e investendo meno di quanto producono e destinano la sovraproduzione alle esportazioni che fanno accumulare crediti verso l’estero?

Quanto può durare un assetto in cui un paese (USA) sostiene consumi e investimenti al proprio interno oltre il livello della produzione nazionale e, con ciò, sostiene il fatturato e l’occupazione in altri paesi (Cina e paesi-euro) e, simmetricamente, questi altri paesi comprimono i salari, i consumi e gli investimenti al proprio interno per destinare ad esportazione quote rilevanti della loro produzione?

La risposta non può che essere la seguente: è una questione di misura. Il sistema delle relazioni economiche internazionali, così congegnato, può reggere fino al punto in cui le conseguenze che esso genera all’interno delle economie nazionali risultano sostenibili. A quel punto, si manifesterebbe il noto principio per cui in economia non esistono pasti gratis e, prima o poi, gli squilibri accumulati lentamente nel corso del tempo presenterebbero repentinamente il conto da pagare.

Guardando al problema in termini di riflessi sull’economia americana si deve rilevare che l’effetto congiunto e contrapposto del perdurare dei comportamenti simmetrici sopra indicati ha trasformato il privilegio esorbitante in un onere esorbitante.

Robert Triffin, un economista belga, lo aveva previsto molto lucidamente già negli anni ’60 affermando che, a lungo andare, al crescere della dimensione dei fenomeni sopra richiamati e, in particolare al crescere del peso relativo delle economie del resto del mondo rispetto all’economia americana , gli USA si sarebbero trovati di fronte ad un dilemma:

a) assecondare la crescita della domanda di dollari da parte del resto del mondo e subirne le conseguenze negative (vedremo poi quali) a carico della propria economia, oppure

b) considerare prioritari gli interessi dell’economia americana e “scaricare” conseguenze negative sui paesi partner.

La crescita del PIL dei paesi del resto del mondo, inevitabilmente maggiore rispetto alla crescita del PIL americano, congiuntamente con la crescita del commercio internazionale in rapporto al PIL del mondo, ha portato ad una crescente espansione della domanda della moneta internazionale e ha moltiplicato l’impatto sull’economia americana. Al fine di conservare il privilegio esorbitante, gli Stati Uniti hanno continuato ad assecondare la domanda di dollari aumentando l’offerta, ma questo aumento non poteva realizzarsi per altra via che non fosse l’incremento delle importazioni e l’aumento del debito verso l’estero (con le conseguenze che saranno esaminate nel paragrafo successivo) .

Ovviamente, di fronte al manifestarsi del “dilemma di Triffin” gli Stati Uniti hanno sempre scelto di percorrere politiche coerenti con il secondo corno del dilemma sopra indicato sub b). Emblematica, in tal senso la nota dichiarazione di John Connaly, Segretario al Tesoro americano che, nel 1971 nel corso del G10, fece la famosa dichiarazione: “il dollaro è la nostra moneta ed è un vostro problema“. I casi più evidenti sono stati la revoca della convertibilità del dollaro in oro nel 1971 e gli Accordi del Plaza del 1985 che, sotto la pressione dell’egemonia americana e anche allora sotto l’imposizione di dazi, spinsero i principali paesi alleati (Gran Bretagna, Canada, Giappone, Germania e Francia) ad accogliere la richiesta di rivalutare le proprie monete nei confronti del dollaro con l’obbiettivo di ripristinare condizioni di equilibrio negli scambi internazionali.

8. Il percorso dal primo al secondo quadrante. “L’onere esorbitante“

Partendo dalla considerazione che quello che stiamo vivendo è un nuovo “momento Triffin“, occorre anzitutto evidenziare quali conseguenze negative stanno emergendo a carico dell’economia americana.

Per non perdere il filo del discorso, ribadisco i due principali aspetti del “privilegio”:

a) poter pagare le importazioni con la propria moneta, condizione che apre la strada alla potenziale condizione di consumare e investire più di quanto si produce senza incontrare vincoli nella dinamica del cambio (svalutazione) e nella dotazione di riserve ufficiali, come invece sarebbe la condizione per ogni altro paese. Ogni altro paese che non potesse pagare con la propria moneta e conducesse politiche volte a “vivere al di sopra delle proprie possibilità” attiverebbe, nel contempo, vincoli stringenti: il cambio si deprezzerebbe rendendo più costose le importazioni e/o richiederebbe interventi della banca centrale a difesa del cambio con impiego delle riserve ufficiali;

b) poter espandere l’offerta di debito privato e di debito pubblico corrispondendo ad una domanda crescente da parte del resto del mondo che si accontenta, per di più, di rendimenti modesti sui titoli di stato in quanto considerati beni rifugio.

Quanto indicato sub a) come condizione potenziale, in realtà, si è tradotto in comportamento effettivo sotto la spinta di incentivi che hanno reso conveniente importare piuttosto che produrre internamente. Hanno giocato in questo senso due fattori.

Il primo è stato costituito dagli orientamenti “export led” impressi alle economie europea e cinese, orientamenti che sono stati supportati da politiche economiche finalizzate a sostenere la competitività di prezzo, attraverso il contenimento del costo del lavoro, tale da consentire un’agevole penetrazione in un mercato di 350 milioni di persone liberamente aperto dagli Stati Uniti alle produzioni del resto del mondo .

Il secondo fattore incentivante è stato costituito dalla dinamica del cambio del dollaro nei confronti dell’euro e dello yuan, le monete delle tre aree che costituiscono le colonne portanti della globalizzazione e del commercio internazionale.

La slide evidenzia le dinamiche dei due principali cambi che, in aggiunta alla competitività di prezzo, hanno ulteriormente supportato l’accresciuta penetrazione delle esportazioni europee e cinesi negli Stati Uniti.

Nella slide ho rimarcato la convenienza ad importare dall’UE, piuttosto che acquistare sul mercato domestico, facendo l’esempio dell’acquisto di una bicicletta venduta in Europa al prezzo di 100 €. La dinamica del cambio ha ulteriormente accentuato la convenienza ad importare: nel febbraio del 2018 il prezzo in dollari della bicicletta europea si attestava intorno ai 125 $ – prezzo già abbondantemente inferiore (per il minor costo del lavoro) a quello proposto dai produttori americani – ed è poi ulteriormente sceso, per effetto della dinamica del cambio, a circa 100 $. La stessa dinamica del cambio ha generato un effetto simmetricamente contrario per le esportazioni americane e ne ha accresciuto il prezzo per gli europei e per i cinesi frenandone la crescita.

La slide seguente mette in evidenza la stretta correlazione tra l’andamento del cambio (spezzata rossa) tra euro e dollaro (svalutazione del primo e rivalutazione del secondo) e la crescita del saldo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti dell’UE (istogrammi blu) a partire dal 2008.

Nella logica economica trumpiana, la svalutazione dell’euro e dello yuan e la corrispondente rivalutazione del dollaro, oltre ad essere la diretta conseguenza della condizione sopra indicata sub b), sono anche il risultato deliberatamente perseguito dalle politiche monetarie condotte dalle banche centrali europea e cinese a supporto delle politiche mercantilistiche adottate dai rispettivi governi. La gestione dei tassi di interesse, mantenuti al di sotto dei livelli dei tassi americani, favorisce infatti il carry trade e cioè la possibilità di indebitarsi a tassi bassi, acquistare dollari, investire in titoli americani a tassi più elevati beneficiando, nel contempo, anche dell’aumento del valore del dollaro. Si tratterebbe, secondo l’accusa trumpiana, di politiche deliberatamente finalizzate ad aggredire il mercato americano e, per converso, volte a rendere meno convenienti le esportazioni americane. A discapito di queste ultime, infatti, la manipolazione del cambio – sempre secondo l’interpretazione trumpiana – avrebbe generato maggiorazioni di prezzo a carico dei prodotti americani acquistati dal resto del mondo, maggiorazioni che, nella sostanza, equivarrebbero all’imposizione di dazi sulle esportazioni degli Stati Uniti.

Politiche mercantilistiche, basate cioè su un modello di sviluppo export led, e “manipolazione” dei cambi spiegherebbero la dimensione assunta dai disavanzi della bilancia commerciale americana e la conseguente de-industrializzazione determinata dal gap competitivo che ha costretto larga parte delle imprese del settore manifatturiero americano a chiudere o a delocalizzare all’estero con un impatto devastante sull’occupazione nello stesso settore. La de-industrializzazione, oltre a mettere in difficoltà il predominio militare, ha determinato l’impoverimento di milioni di americani del ceto medio operaio e agricolo, divenuto il principale serbatoio elettorale di Trump a seguito della stagnazione dei salari e della perdita di posti di lavoro.

Le due slide propongono il ritratto di un paese che vive al di sopra delle proprie possibilità pagando lo scotto in termini di de-industrializzazione e di impoverimento di una classe sociale. E’ il paese più ricco del mondo ma è diviso in due dalle disuguaglianze di reddito tra un’America che vive sulla finanza e un’America, in sofferenza, che vive sull’economia reale. Un dato macroscopico fornisce una illuminante fotografia di questa realtà: 42 milioni di americani (su 340 milioni) hanno diritto al sostegno alimentare pubblico pari a 200 dollari al mese per ogni componente della famiglia. Una ricchezza diseguale alimentata da un modello di sviluppo, ormai ai limiti della sostenibilità, fondato sul disavanzo commerciale e sul debito verso l’estero.

Allo stesso modo, la funzione monetaria internazionale del dollaro spiegherebbe la crescita esponenziale del debito pubblico e della conseguente spesa per interessi che ha assunto un peso crescente nella determinazione dei deficit del bilancio federale arrivando a superare perfino l’enorme spesa per la difesa a supporto della sicurezza nazionale e a supporto di un ruolo geopolitico egemonico nei confronti di una parte considerevole del mondo.

Il debito federale ed il deficit di bilancio stanno crescendo lungo una traiettoria insostenibile. Il debito pubblico americano è cresciuto dal 60% del PIL nel 2017 al 120% circa nel 2024 (40.000 miliardi circa in valore assoluto, pari a poco meno della metà del PIL del mondo) alimentato da un deficit di bilancio pari al 6,3% del PIL (circa 2.000 miliardi). Il deficit e il debito in scadenza obbligano il Tesoro americano a trovare, ogni anno, compratori per importi crescenti con il rischio di un ulteriore avvitamento in caso di aumento dei tassi di interesse che alimenterebbe, in un circolo vizioso, la spirale tra interessi e debito (più interessi –> più debito –> più interessi –> più debito). Soltanto nel 2025 sono venuti in scadenza titoli del debito pubblico per 9.000 miliardi, titoli che furono emessi quando i tassi erano all’1% e che, ora, sono stati rinnovati a tassi che hanno superato il 4%.

Per inciso, può essere utile sottolineare, per paradosso, che se gli USA chiedessero di entrare nell’UE si vedrebbero opporre un rifiuto per mancato rispetto dei vincoli europei sul disavanzo e sul debito.

Tirando alcune prime conclusioni, è innegabile che gli USA siano un paese molto ricco, con un reddito pro capite pari al doppio di quello europeo (erano all’incirca uguali 15 anni fa). E’ un paese molto ricco nella media, ma spaccato in due tra chi vive del proprio lavoro nell’industria e nell’agricoltura e chi trae il proprio reddito lavorando nel mondo della finanza. Ed è un paese che ha costruito la propria ricchezza muovendosi lungo un sentiero di crescita che, alla lunga, risulta insostenibile e che, ora, impone di correggere gli squilibri che l’hanno portato a vivere al di sopra delle proprie possibilità e a dipendere in misura crescente dalla disponibilità del resto del mondo a rendere sostenibili tali squilibri accumulando crediti in cambbio di merci. La slide seguente riporta la posizione debitoria netta verso l’estero e fotografa una tendenza verso la non sostenibilità.

Concludo con le significative parole di Howard Lutnick, Segretario al Commercio, tratte da un’intervista alla CBS: “occorre resettare e ridefinire i rapporti di potere degli Stati Uniti nei confronti sia degli alleati, sia dei nemici. L’idea che tutti i paesi del mondo possano accumulare eccedenze commerciali con gli Stati Uniti e acquistare con il ricavato i nostri asset non è sostenibile. Stiamo parlando di quasi 1,2 trilioni di dollari di passivo all’anno. Nel 1980 eravamo un investitore netto verso l’estero. Possedevamo cioè più asset del resto del mondo di quanto il resto del mondo ne possedesse di nostri. E ora gli stranieri possiedono 18 trilioni di dollari di asset in più rispetto a noi. Sono diventati creditori netti verso di noi. Realizzando ormai 1,2 trilioni di dollari di avanzo commerciale, il resto del mondo acquisterà ogni anno ulteriori 1,2 trilioni di asset americani. La situazione continuerà a peggiorare costantemente. Alla fine non saremo più proprietari del nostro Paese“.

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